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Quinta lezione: Raccontare per la storia

Il Centro internazionale di studi Primo Levi promuove le Lezioni Primo Levi. Vengono presentate a Torino, una all’anno, e ciascuna è incentrata su un tema legato agli interessi di Levi, per imparare a leggere le sue opere.
I libri delle lezioni Primo Levi sono pubblicati da Einaudi in doppia lingua, inglese e italiano.

Raccontare per la storia ha 224 pagine, suddivise in due parti: la lezione vera e propria, a sua volta suddivisa in tre capitoli, e una ricca appendice che raccoglie, oltre alle note della stessa Anna Bravo, diversi scritti di Primo Levi a confronto con autori come Hannah Arendt e Italo Calvino.

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La deportazione per motivi razzisti è un tema che si è imposto con un certo ritardo nella storiografia. Per diversi motivi: tra i reduci vi erano anche militari prigionieri e lavoratori liberi, per estensione tutti i deportati venivano identificati come politici; predominava una logica fascista/antifascista in cui non vi era spazio per altre esperienze, questa visione mirava anche alla ricostruzione dell’identità e dell’immagine nazionale sul piano politico. Levi, con Se questo è un uomo, pone al centro della narrazione il fatto di essere ebreo. Si discosta dalla rappresentazione dominante, che pone l’accento sulla doppia identità di partigiano e deportato, sull’atto resistenziale e sull’orgoglio militare. Lo scrive nel 1945-46 (mentre le organizzazioni ebraiche erano spinte piuttosto da un desiderio di uguaglianza con le altre vittime) e viene pubblicato da Einaudi nel 1958. Nella storiografia la Shoah entra negli anni Cinquanta, con una svolta cruciale durante il processo Eichman nel 1961, con l’intervento di Hannah Arendt che lo definisce non un mostro ma un burocrate; già nel 1952 Levi aveva parlato di “freddi dementi morali, cannibali in mezze maniche”. Le ricerche sulla deportazione aumentano negli anni Ottanta.
La zona grigia è un concetto fortunato, spesso distorto, che considera il potere all’interno del Lager e il suo contagio: la caratterizzano l’ambiguità “che irradia dai regimi fondati sul terrore e sull’ossequio” e la delega di parte del potere ad alcuni prigionieri. Nella zona grigia, “che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi”, si distinguono i prigionieri-funzionari di basso rango (scopini, lavamarmitte eccetera) e quelli con posizioni di comando (addetti ad attività d’ufficio); diverso il caso dei Sonderkommando che gestiscono i crematori, “il delitto più demoniaco del nazionalsocialismo”. I veri testimoni di questo sistema sono le vittime, sostiene Levi, ma non possono tornare a raccontare la propria morte; i salvati lo fanno per loro. A farsi storico, però, deve essere qualcuno con una visione ampia e attendibile, non parziale e frammentaria, altrimenti si rischia la diffusione di versioni semplificatrici della storia e di forme di revisionismo. I Sommersi e i salvati è il risultato del suo grande e continuo impegno come testimone che ha sempre continuato a riflettere su sé stesso e sulla memoria. La sopravvivenza, per Levi, dipende da fortuna e abilità personali, ma anche dal privilegio. “I prigionieri privilegiati erano in minoranza dentro la popolazione del Lager, ma rappresentavano invece una forte maggioranza fra i sopravvissuti”, a sopravvivere non sono stati i migliori, e chi è sopravvissuto l’ha fatto soppiantando un altro. Il Lager da una parte è una guerra di tutti contro tutti, dall’altra un luogo di resistenza e in certi casi fraternità; vige una sorta di galateo da cui però non sono esclusi episodi di violenza (come i riti iniziatici contro i nuovi prigionieri). Il superstite dunque non è un eroe in quanto sopravvissuto. La zona grigia oggi può ancora farci riflettere su cosa significhi comparare due diversi fenomeni e sulle differenze che esistono all’interno dello stesso (per esempio: vale per tutti i Lager? per tutti i prigionieri?). Levi, sebbene abbia provato egli stesso dei paragoni col Lager, dubita dell’estendibilità del concetto di zona grigia. Ci sono studi di tutto rispetto che ne hanno fatto uso, ci sono casi in cui viene banalmente usato per indicare ambiguità o opacità, perdendo la precisione originaria. Perfino nel linguaggio storiografico ha indicato la fascia di popolazione degli astenuti tra fascisti e partigiani; questa zona grigia addomesticata però comprende soggetti molto diversi tra loro e non tiene conto delle forme invisibili di schieramento. Successivamente a partire dall’introduzione del concetto di resistenza civile (con lo storico Jacques Sémelin) nuovi punti di vista e dinamiche tra comunità locali, partigiani e fascisti vengono messe in luce, con un nuovo interesse verso spaccati di vita di comunità vittime di stragi naziste, partendo dal basso e senza fossilizzarsi sulla visione dei due blocchi di vittime e persecutori.
Storiografia e giudizio morale. Levi sostiene che per giudicare la vita del Lager non sono applicabili gli stessi criteri di fuori, va tenuto presente che lo spazio per compiere scelte morali è poco o nullo, e la colpa va misurata soprattutto sulla sofferenza causata con l’esercizio del potere. Il giudizio va affidato a una giuria di pari (chi ha condiviso le stesse esperienze). Una delle colpe di Levi si chiama “nosismo”, cioè “l’egoismo esteso a chi ti è più vicino”, perché quando fece la scoperta di un tubo da cui sgorgava acqua, la condivise con il suo amico Alberto, ma non con Daniele, pur visibilmente assetato, il quale dopo molto tempo chiese conto di quell’esclusione. Il nosismo ci aiuta a capire le piccole patrie di oggi, che per mantenere la loro coesione e complicità interna dirigono il pregiudizio verso l’esterno. Pensiamo al tema della violenza dei giusti, che nella storiografia della Resistenza entra negli anni Novanta: Levi ne parla molto prima, nella poesia Epigrafe e in Oro in Il sistema periodico, mostrando da un punto di vista soggettivo gli effetti della violenza su chi la esercita, anche sul lungo periodo.
Raccontare per la storia ci spiega cosa ha insegnato Primo Levi alla storiografia, come narratore e testimone.

Roberta Garavaglia

 

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