Tuffi liberi

Gerridi

“Eccoli, guardate! Camminano sull’acqua. Li vedete?”
Il ragazzo con gli occhiali cremisi balzò in piedi sul ponticello e indicò il canale scintillante sotto, nel punto in cui alcuni rami di robinia e di uva turca si inarcavano fino a tuffarcisi dentro: all’ombra di quelle piante, un nutrito gruppo di insetti, simili a grosse zanzare, stava con le zampette tese sulla superficie dell’acqua, impassibile al flusso della corrente.
Un giovane, che stava con i piedi ammollo sulla riva opposta, allungò il collo per osservare meglio.
“Sì, è vero” esclamò eccitato.
Con pochi balzi scese i tre gradini del ponticello alzando una nuvola di polvere, raggiunse l’amico e gli mise una mano sulla scapola arroventata dal sole del mezzogiorno. Davide, il ragazzo seduto, indossava solo un paio di mutande bianche. Mostrava un fisico asciutto e proporzionato. Faceva il ciclista e aveva una buffa abbronzatura limitata a braccia e gambe depilate. Un po’ di acne gli deturpava il viso, accanendosi soprattutto sulla fronte, ma lui non si crucciava né di questo né di altri assilli adolescenziali. La morte prematura del padre lo aveva fatto crescere in fretta. Era un ragazzo paziente con lo sguardo sempre basso.
I due giovani rimasero a lungo in silenzio a fissare come esperti entomologi il misterioso equilibrio raggiunto dagli insetti.
Enrico era sudato e gli occhiali gli scivolavano di continuo sul naso. Dopo averli tirati su con l’indice, si voltò sorridendo verso un terzo ragazzo, che sedeva in disparte, accanto a tre biciclette gettate su un sentiero riarso, spaccato dalla siccità.
Stravaccato, all’ombra di un pioppo nero, con la testa su un cumulo disordinato di vestiti, zaini e asciugamani, sorseggiò dell’acqua da una borraccia rossa e ruppe il silenzio mantenuto sino a quel momento:
“Ah sì? E come si chiamano, Enri? Insetti-Gesù?”.
Enrico fu felice di quella battuta, per giunta su Cristo, detta da lui che era musulmano; pensò che Omar doveva aver già sbollito la rabbia per il litigio di prima. Il discorso su quegli strani animali acquatici aveva interrotto l’insopportabile silenzio carico di rancore.
Dei tre quattordicenni appena licenziati dalla scuola media – i fogli con i risultati dei loro esami ancora sventolavano davanti all’ingresso dell’istituto – Omar, con quei denti bianchi e forti e quella smorfia di chi la sa lunga, era il più fortunato con le ragazze, ma anche il più disincantato: stava sempre sulla difensiva perché a scuola lo chiamavano marocchino per farlo incazzare. A volte cascava nel tranello: per questo lo avevano anche sospeso tre giorni nel primo quadrimestre.
Si stiracchiò e, ripensando alla sua frase spiritosa, abbozzò una timida risata soffiando col naso. Davide fu più sguaiato: sghignazzò tanto da contagiare “lo scienziato” Enrico, il più acuto del gruppo.
Anche questa risata corale era un segno del ritorno alla pace.
Enrico, Omar e Davide erano grandi amici, di quelli che a quattordici anni ti salvano la vita. E litigavano, come succede a chi affida ad altri la propria gioia: con toni accesi e molti vaffanculo.
Omar si abbracciò le ginocchia e guardò intorno. Si sentivano soltanto il frinire di cicale e lo scorrere placido delle acque.
Fu lui a riprendere il dialogo:
“A che ora torniamo? Io ho fame”.
“Non erano questi i patti” gli risposero.
“Pensavo che scherzavate.”
“Ci torni tu in quel paese di merda.”
“Sul serio volete scappare di casa?”
“Non ricominciamo.”
“Vi voglio bene ragazzi, ma è una cazzata.”
“Parla per te.”
“Enri, tu abiti pure nelle case nuove, sei uscito col massimo, da che devi scappare?”
Si tirò su gli occhiali e ci pensò un attimo.
“Dai miei genitori, tanto per cominciare.”
“Almeno tu un padre e una madre ce li hai” lo frenò Davide.
“Non ricominciare. Ti prego. Lo sappiamo, ci dispiace tanto. Ma sono passati otto anni.”
“…E non me lo ricordo già più. Non sono sicuro neppure di averlo avuto, un padre.” Stavolta non voleva piangere e tornò al discorso: “Tu però Omar ne avresti di motivi per andartene…”.
“Perché? Perché abito in quel cesso degli Alveari? Perché mi dicono «Tornatene in Marocco»? E io me ne torno. Dammi il tempo di studiare e fare un po’ di soldi, poi me ne torno.”
Di nuovo piombò il silenzio. E ognuno frugò tra i sogni e la paura di non lasciare mai la periferia e i palazzoni all’ombra dei quali erano cresciuti; avvertirono che quella faccenda della fuga era stata solo un diversivo di quell’estate afosa, che non sarebbero andati oltre quel canale e sarebbero tornati a casa, come sempre.
Omar lanciò un sassetto nell’acqua.
“Certo che quei cosini sono uniti fra loro. Sembra che vogliono costruire qualcosa insieme. Mi ricordano le costruzioni a calamita, Enri, hai presente…?”
“I Geomag,” asserì Enrico, “ho presente. Comunque, stanno sempre in gruppo perché sono gregari, come tanti insetti”.
Davide si limitò ad annuire. E Omar continuò:
“A proposito, come si chiamano?”.
“Gerridi” disse Enrico, con un fare da accademico, “sfruttano la tensione sulla superficie dell’acqua e ci camminano sopra con le zampette leggere e idrofughe”.
“E non vanno mai a fondo?” chiese Davide, incuriosito.
“No.”
“Beati loro” replicò.
“Come Gesù” ripeté Omar.

Sirio Vassallo

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