Tuffi liberi

Casa

Da quando era andato a vivere da lei, quella terza presenza era sempre stata connaturata alla casa. Di certe cose non si parla, così Vito non le aveva mai chiesto se lo avesse trovato già dentro quando aveva comprato l’appartamento o se fosse arrivato dopo, e come.
Non che Vito lo avesse mai osservato bene o ci avesse riflettuto più di tanto, ma non aveva ben chiara neanche la sua conformazione. Da che parte fosse la testa non si capiva, ammesso che ne avesse una. Non si capiva nemmeno se avesse gli occhi: era tutto coperto dal pelo. Certo era però che aveva una volontà, una volontà rabbiosa. Quando veniva inavvertitamente urtato aveva come una contrazione di fastidio. Non aveva bocca, erano certe scaglie sul fianco a produrre una specie di stridore, come un sospiro profondo e soffocato. Appena toccato emetteva questo verso e iniziava di colpo a correre lungo il corridoio, fino all’ingresso; lì si fermava, crepitando ancora per una decina di minuti: come a finire di sfogarsi, a esprimere il proprio disappunto per non esser solo in casa. Eppure non era casa sua.
Ogni volta che questo accadeva, Vito aveva un tuffo al cuore. Un po’ per il ribrezzo che gli dava lo sfregare del pelo setoso sul polpaccio nudo, un po’ per la sorpresa, che in certi casi riesce a convivere benissimo con l’abitudine. Quella presenza era ormai profondamente radicata negli strati profondi della sua percezione spaziale (dicono che abbia sede nel cervelletto): appositi rilievi strumentali avrebbero potuto dedurla dalla contrazione dei muscoli delle sue gambe e dall’inconscia accortezza dei piccoli passi che caratterizzavano la sua deambulazione per l’appartamento. Per attraversarlo, Vito non procedeva mai completamente a caso; aveva sviluppato dei percorsi condizionati che ricalcavano una complessa mappatura mentale. Si figurava l’intero piano del condominio come il quadrante di un videogioco, una struttura labirintica in cui s’aggirano fantasmini senza posa e un ingombrante protagonista rotondo. Altre volte i corridoi diventavano vasi sanguigni; e dentro un trombo sospinto dal flusso, o forse un globulo o un parassita.
Esso – come chiamarlo? l’essere, la cosa… usare il solo pronome non era forse la soluzione linguistica più accettabile? – in casa c’era sempre. Potevi non vederlo per giorni, ma c’era. Sempre per i fatti suoi, rannicchiato in qualche angolo lontano, a rimuginare nel suo mondo cieco, indifferente a quello esterno che sembrava essere per lui un problema secondario.
E non era il semplice fatto che fosse in casa a mettere Vito a disagio, o almeno non solo. Era soprattutto la furente contrarietà che esso nutriva, quella continua tensione che sembrava provocata dal dover condividere la propria esistenza con altre entità: come un’estrema solitudine che riesce a essere più penosa solo quando è infranta. A certe cose non ci si può abituare. Vito ne aveva come una specie di pietà, un senso di irrisolvibile ingiustizia di cui egli si sentiva in parte responsabile; il senso di soggezione che si prova scoprendo di essere la causa del problema e non poterci far nulla, a parte scomparire. Ma uno non può scomparire solo perché avverte che qualcuno – qualcosa – soffre ad averlo per casa. E poi non era casa sua. O sì?
Vito rimase sbalordito quando lei gli chiese di farlo. Quella condizione in cui vivevano era sempre apparsa scontata, inalterabile. Eterna. A volte gli sembrava di muoversi alla cieca in un mondo dalle regole misteriose. O forse senza regole. Se era possibile farlo, perché non era stato fatto prima? Perché a lui stesso non era mai venuto in mente di proporlo? Perché adesso sembrava una cosa così scontata? Sarà stato che era lei la proprietaria dell’appartamento: solo lei ne conosceva le leggi, e allora non restava che eseguire con fede le sue disposizioni.
“Be’, potremmo rimuoverlo” aveva detto lei. “La casa sarebbe più sgombra.”
“Rimuoverlo? Ma… è possibile?”
“Sì. Certo che è possibile.”
“Ah. E come?”
“Non so… potresti ucciderlo.”
Non era scontato anche questo?
“Sempre che sia possibile, è chiaro.”
A volte le cose sono così indefinite… Nel percuotere finché morte non sopraggiunga, per esempio, non si sa mai quale debba essere l’ultimo colpo: uno in meno è sbagliato quanto uno di troppo, e tra i due non ce n’è un terzo. Per questo, anche se c’era voluto meno del previsto, non era stato così semplice. Neanche dopo, a cose fatte. Senza la costante contrazione ad animarlo, il cadavere era adesso molto più lungo. Il peso morto del corpo larviforme lo sbilanciava facendolo ripiombare tutto da una parte; così, non riuscendo a sollevarlo tra le braccia, Vito aveva dovuto aiutarsi col manico della scopa per calzarlo nel sacco nero; però, tirato su il sacco, quel che c’era dentro aveva preso ad agitarsi e a curvarsi frusciando nella plastica, così aveva dovuto scendere le scale del palazzo di corsa per paura che il fondo si squarciasse.
Quando Vito rientrò nell’ingresso, lei stava lavando il pavimento. Forse furono le esalazioni fredde del detersivo, forse il senso di vuoto e libertà a dargli come una vertigine.

Pietro Verzina

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