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What’s in a name – Le scrittrici e i loro pseudonimi. Pregiudizi di genere

Nel 2015 la scrittrice agli esordi Catherine Nichols invia il suo manoscritto a cinquanta agenti – donne e uomini – firmandosi “George”: ottiene diciassette risposte positive, ben quindici in più rispetto a quelle ricevute inviandolo con il suo vero nome.Non solo George è “otto volte e mezzo” più bravo di lei a scrivere lo stesso libro ma, anche quando viene rifiutato, il suo manoscritto riceve commenti più incoraggianti e nessuna accusa di eccessivo lirismo o frivolezza. La conclusione a cui giunge l’autrice dell’esperimento è che gli agenti leggendo un nome femminile siano automaticamente indotti a credere di avere tra le mani un romanzo rosa, perdendo così interesse ad andare oltre le prime pagine. Da un George, invece, non ci si aspetta che scriva “women’s fiction”.
A simili conclusioni erano giunte due anni prima anche Christina Lynch e Meg Howrey, che al momento di pubblicare il loro esordio, il fantasy City of Dark Magic, scelgono di firmarsi “Magnus Flyte”.
“Dato che abbiamo sentito che gli uomini tendono a evitare i libri scritti da donne, abbiamo deciso di scegliere uno pseudonimo che potesse raggiungere entrambi i sessi” spiegano candidamente Lynch e Howrey, intervistate sulle ragioni dello pseudonimo.2
Le scrittrici dedite a generi letterari tradizionalmente prediletti da un pubblico maschile sono forse quelle che hanno dovuto lottare più duramente per raggiungere credibilità. Una delle prime a reagire a questa forma di discriminazione è stata Louisa May Alcott. Appassionata di thriller e romanzi gotici, Alcott abbandona pizzi e merletti e, sotto lo pseudonimo di A.M. Barnard, firma romanzi in cui donne scaltre e prive di morale arrivano a uccidere per ottenere ciò che vogliono. La vera identità dell’autrice di romanzi intitolati Dietro la maschera o il potere di una donna (1866) e Un moderno Mefistofele (1877) viene resa nota solo negli anni Quaranta del Novecento, facendo di “A.M. Barnard” uno dei nom de plume più longevi di tutti i tempi.
Un altro caso, forse meno noto ma altrettanto significativo, è quello di James Triptree Jr., acclamato autore di fantascienza durante gli anni Settanta e Ottanta. Triptree, nonostante i numerosi riconoscimenti, non ritira di persona nessuno dei premi che gli vengono assegnati, inoltre sulle copertine dei suoi libri non sono presenti fotografie e il suo nome non compare sugli elenchi telefonici. Questa scarsità di notizie alimenta le speculazioni dei fan sul suo conto e in molti fanno congetture sulla reale identità dell’autore. Alcuni ipotizzano che Triptree sia, in realtà, una donna. Ma secondo l’opinione più accreditata si tratta di un’idea da scartare, impossibile che una donna sia in grado di produrre una prosa così “ineluttabilmente virile”.
Eppure l’autrice di quei racconti è Alice B. Sheldon. Sheldon ha già dovuto ricorrere a degli pseudonimi in passato, avendo lavorato per la Cia e per i servizi segreti dell’esercito; per il nome del suo alter ego letterario si ispira a un barattolo di marmellata inglese. “Ciò che la gente ritiene maschile o femminile non dipende da me”3 dichiara quando la sua reale identità è ormai nota.
Quella che potrebbe apparire come un’elaborata farsa o una trovata commerciale, fu quindi un tentativo di aggirare il pregiudizio: “Nel 1949 un’importante rivista di fantascienza censì la propria base di fan scoprendo che solo il 6,7% di loro erano donne. Indagini simili condotte negli anni Settanta, quando Tiptree iniziava a godere di riconoscimento nel campo, suggerivano che le donne erano aumentate fino a diventare circa un quarto del pubblico della fantascienza. Ma le scrittrici faticavano ancora a essere accettate nell’ambiente: nei sondaggi degli anni Settanta sulle «migliori storie di fantascienza di sempre» tutte le posizioni più alte spettavano agli uomini”.4
Vittima di un pregiudizio inverso fu invece Agatha Christie che, ormai nota per le sue crime story, deve ricorrere allo pseudonimo “Mary Westmacott” per pubblicare una serie di romanzi psicologici. Christie afferma di aver vissuto con senso di colpa la decisione di mettere da parte Hercule Poirot e Miss Marple ma di aver proseguito per la sensazione di libertà che le dava scrivere qualcosa che non fosse solo “lavoro”. Gli Westmacott novels, spesso classificati come letteratura rosa, rimangono la sua produzione meno nota e apprezzata, eppure l’autrice fu sempre convinta del loro valore, considerandoli tra le sue opere migliori, tanto che continua a scriverne anche dopo essere stata smascherata da un cronista del “Sunday Times”.
Nel 1950, invitata a una serata celebrativa organizzata in suo onore, scherza: “Vi ringrazio per avermi chiesto di incontrare Agatha Christie. Se non vi dispiace, porterò con me la mia vecchia amica Mary Westmacott”.

I risultati di questo esperimento sono descritti dalla stessa Nichols in un articolo intitolato Homme de plume: what I learned sending my novel out under a male name, jezbel.com.
Interview with Christina Lynch and Meg Howrey (Magnus Flyte), compulsivereader.com.
T. Gioia, La donna più riservata nella storia della fantascienza, traduzione di F. Zantomio, edizionisur.it.
T. Gioia, La donna più riservata nella storia della fantascienza, traduzione di F. Zantomio, edizionisur.it.

Sara Mellano

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