Tuffi liberi

Il segreto di una buona pasta

“Ma ancora con la storia della pancia? Ti ho detto: è perché mangio come un porco dopo le partite. Solo dopo le partite. Un kebab e un frappè. Uno dopo l’altro. La gelateria sta attaccata al pizza-kebab e io non ci posso fare niente. Mangio per rabbia.”
“Ma hai detto che vai dalla dietologa. Ci vai o no, da ‘sta dietologa?”
“Sì. Mi fa ridere, la dietologa: «Lasciamo fuori i problemi psicologici». E come cazzo si fa? Schiocchi le dita e quelli scompaiono? Che coglionata.”
“Ha ragione. Mica sei un ragazzino. Sempre a trovare scuse, stai.”
“A trovare scuse? Guarda che se io mi do un obiettivo importante, rigo dritto e veloce.”
“Ma neanche se ti vedo.”
“Perché non mi conosci bene.”
“Ti conosco da trent’anni. Mo ne hai trentasei. Dove cazzo vuoi più andare?”
“Ancora. Ancora con la stronzata dell’età. Sei un coglione pure tu. Non sai che in serie D ci gioca gente di quaranta, quarantatré anni, che ha la pancia che quasi mi doppia. Se tu mi dai un briciolo di fiducia e mi fai allenare a dovere, io ti arrivo in serie B di futsal nel giro di due, massimo tre anni; e a tenerci larghi arrivo a trentanove che ti faccio ciao-ciao con la manina in telecamera, mentre Rai Sport fa la diretta.”

Ci si è piazzata in casa, porca puttana, mia madre che si è operata alla schiena, che non può camminare, non può alzare un braccio. Ha bisogno di assistenza per qualsiasi cazzo di cosa. Dice che a casa di mio fratello non ci può andare, perché mio fratello e sua moglie sono troppo impegnati e hanno due figli e la tata, fanno una vita del tipo che lei si sentirebbe di troppo, e troppo poco accudita; mentre a casa mia c’è mia moglie che non fa un cazzo dalla mattina alla sera, io torno il pomeriggio sul tardi, figli non ne abbiamo, quindi possiamo dedicarle tutta l’attenzione che vuole e che le serve.
Ora – ora, in questi giorni, facciamo da sabato scorso – si è messa in testa che mia moglie non sa cucinare; le fa: “Ripartiamo dalle basi. Ti insegno io”. E ripartiamo dalle basi, le ha risposto mia moglie, che poi si è sfogata con me su quanto sia insostenibile questa situazione, già adesso che sono passati appena tre giorni.

“A me, questi del padel sembrano solo dei gran coglioni. Gli istruttori poi non ti dico. Mio fratello prende lezioni e dice di essere bravo. Ma non l’ho mai visto giocare.”
“Ma il padel è fico. Ci gioca pure Totti, mo che si è ritirato.”
“Ah. Se ci gioca Totti, il padel è fico.”
“Ma non ho mica detto così. Semmai è il contrario. Ci gioca Totti perch…”
“Senti, ho visto giocare altri, una volta, quando sono arrivato qui in anticipo: quattro coglioni dentro una gabbia di plexiglass coi racchettoni in mano. Tutti e quattro a credersi Federer Djokovic Nadal e un altro tennista forte che ora non mi viene. Sport del cazzo. I racchettoni dentro una gabbia. «Sport»…”
“Ma sarai invidioso di tuo fratello. Come sempre.”
“Quando vado a lavoro, con l’autobus, passo sempre per Lungotevere-Ammiraglio-Thaon-di-Revel – senti già che cazzo di nome –, e lì i circoli di solo padel, just padel, sono almeno quattro: il mio sogno è andare a dargli fuoco. Ma non di notte: andare lì a dargli fuoco di giorno, mentre la gente è rinchiusa nelle gabbie di plexiglass: tipo come fossero formiche intrappolate, secchiate di benzina, un paio di fiammiferi e tutti carbonizzati, quattro alla volta, una gabbia dopo l’altra. E se in una delle gabbie ci becco mio fratello, finisce carbonizzato pure lui.”

“Il segreto di una buona pasta” mi ha detto mia moglie. Dice che mia madre adesso si è fissata con questa espressione. Quindi, ogni cosa che mia moglie sposta in cucina, pentole, forchette, piatti, è tutto un segreto di una buona pasta. Che ovviamente mia moglie non ha la minima intenzione di stare a sentire, ma mi ha giurato che annuisce e mantiene un tono di voce sempre cordiale e accondiscendente, e quando la porta al bagno e la aiuta a mettersi sulla tazza del cesso, lì è davvero impagabile: non le fa pesare nulla, nemmeno la puzza rivoltante degli stronzi che molla. Le ho detto che alla fine di tutta questa faccenda le farò un bel regalo, un bell’anello, un bel paio d’orecchini, una bella collana, qualcosa di bello che può scegliersi lei, se proprio non si fida dei miei gusti.

“Giovedì, dopo la partita, sono andato negli uffici vicino al campetto centrale e ho chiesto del mister della prima squadra. Non sapevo nemmeno come si chiamasse: ho scoperto così che si chiama Ernesto Guerini. Nome antico, vero o no?”
“Sì, pare il nome di uno nato negli anni Trenta.”
“Bravo, fa molto allenatore anni Settanta. Sicuramente un uomo intelligente, affabile, di forti valori, m’è venuto da pensare. Se ne stava al bar da solo, a bere un bicchierino. Un ometto rotondo coi baffi e i riccioli brizzolati. I peli delle braccia lunghi e neri, tipo setole di cinghiale. Mi ci avvicino, lo saluto, mi presento. Stava guardando distrattamente una partitella amatoriale al campetto di fronte. Prendo coraggio e gli dico tutto. Così, senza giri di parole. Lo sai cosa mi risponde?”
“Che hai la pancia.”
“Vaffanculo. Mi dice: «A quelli col fratino ne manca uno, se fai caso. Chiedi di giocare, così vedo un po’ quello che sai fa’». Sono andato, mi hanno fatto entrare a partita in corso – io ero stanco per la partita che avevo appena finito, ma abbastanza sciolto, e a loro mancavano solo venti minuti. Oh, ho dato il massimo, ho dato tutto. Per poco non segnavo con una bella puntata da tre quarti campo. Ho scheggiato la traversa, porca mignotta.”

Mia moglie ieri sera ha sbroccato a mia madre. Ne sono volate di ogni. Mia madre ha pure bestemmiato. Io non sapevo che cazzo fare e ho fatto finta che m’avevi chiamato per una cosa urgente, e invece sono andato a farmi kebab e frappè a viale de Coubertin. Ovvio: se mai dovesse servire, tu mi reggi il gioco. Comunque le ho lasciate sole, pensando: più che urlare, che vuoi che facciano? Invece, quando sono tornato, mia moglie aveva un livido viola brillante sotto un occhio, perché mia madre le aveva tirato un bicchiere – preso non so come, non so da dove. Ora però mi sono strarotto il cazzo della situazione. Mia moglie è arrivata –  anche se poteva andarci più piano con gli insulti a me e mia madre. Ci ha sentiti tutto il palazzo. Domattina chiamo mio fratello e gli dico che noi non possiamo più tenerla. Se cerca di opporsi, non me ne frega un cazzo: gliela porto comunque e lui se la tiene.

“Ho incontrato Guerini, poco fa.”
“Dài. Che t’ha detto?”
“Mi ha dato due pacche sulle spalle e mi ha detto che poi se ne riparla la prossima stagione.”
“E che davvero t’aspettavi che ti facesse entrare in rosa?”
“Gli ho chiesto se fosse il caso di fare una preparazione adeguata durante l’estate, se avessi dovuto contattare qualcuno in particolare; lui mi fa – credo per scherzare: «Iscriviti a padel, che metti su un sacco di fiato». S’è messo a ridere e poi m’ha salutato, andandosene verso il campetto centrale. Mo, io, che dovrei fare? Chiedo il suo numero in segreteria? Lo vado a cercare dopo la partita?”
“Devi mangiare di meno e…”
“E non mi rompere il cazzo ogni volta con ‘sta storia della panza, sii buono.”

Stefano Felici

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