nelle altre piscine

Semivita

I bambini schiacciano la falena sul vialetto del nostro garage, e solo adesso riesco a vedere più chiaramente le sue ali posteriori rosso vivo. Il più grande si sposta con spensieratezza lungo il margine della strada per distruggere un formicaio. Il più piccolo e io restiamo a fissare le ali e le gambe spiaccicate, ciò che ora è soltanto la carcassa di un qualcosa.

Il cielo è di un blu pallidissimo e si riescono a sentire i primi rombi di tuono sulle colline farsi beffa di noi oltre il nostro giardino. Corriamo dentro prima che arrivi la pioggia.

“Ho paura” dice il più piccolo, che dorme sul pavimento, quando il temporale lo sveglia nel cuore della notte.

Penso, anche io, ma non lo dico. Siedo a gambe incrociate di fianco a lui sul tappeto, le mie unghie, mozziconi logorati, che accarezzano la sua morbida e spoglia schiena. Ho paura della pioggia dalla quale stiamo fuggendo. Dei temporali che ci siamo lasciati alle spalle. Delle notti desolate che calano una dopo l’altra. Sono atterrita non dalla morte, ma dal vivere una semivita.

Semivita, nella fisica nucleare, più noto come tempo di dimezzamento, è il tempo che un oggetto richiede per ridurre alla metà il suo valore originale.

Quella notte sognai per metafore – un uomo che conoscevo a malapena posò le sue mani sulla cicatrice del cesareo. Quando la mattina mi svegliai, scrissi: Eravamo soliti dare la caccia alle lucciole nel tuo giardino e adesso mi chiami “vecchia amica”.

Ciò che volevo scrivere è come ci si sente a ritrovarsi nell’atmosfera notturna con qualcuno che non è mio. Il modo suggestivo in cui la rugiada odora prima dell’alba. Il brivido che provo guidando troppo vicino allo spartitraffico di Brookside Road.

Qualche volta mi spoglio di fronte alla finestra nera, a luci accese, chiedendomi se c’è qualcuno a guardare.

È quando gli isotopi diventano instabili che cominciano a decadere, emettendo radiazioni a livelli che potrebbero essere nocivi.

Molti anni fa presi il treno espresso, dopo che il ragazzo a Brooklyn mi lasciò andare, guardai il fiume Raritan scorrere dal vetro in plexiglass. Sposai l’uomo sotto il vischio dall’altra parte della linea. Lasciammo il paese. Comprammo un van. Ogni tanto ci facciamo un giro giusto per essere altrove rispetto a dove siamo già stati.

Gli isotopi possono perdere atomi in misura sufficiente da trasformarsi da un elemento in un altro.

Quando sono sola, ascolto la musica della radio a un volume troppo alto e piango alla vista dei campi di granturco e trascorro lunghi pomeriggi sull’asfalto con i bambini che girano intorno.

Il termine semivita può riferirsi anche a ogni altro tipo di decadenza.

E ora vedo che i bambini hanno schiacciato – la scarpa da ginnastica sull’asfalto – non una falena, ma un fulgoridae maculato. Un parassita invasore del luogo in cui viviamo, che minaccia gli alberi da frutto e le fattorie. Una cosa cede sempre il posto a un’altra. Non tutto va avanti.

Ciò che voglio dire è: sono ancora viva.

Dina L. Relles

traduzione di Maria Luisa Balacco

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