Tuffi liberi

La pagina dello sport

La bambina corre sulla spiaggia nera con i braccioli arancioni saldi sotto le spalle. Fa caldo, così caldo che anche l’acqua del mare sembra una brodaglia. È ferma, nemmeno un’increspatura sulla superficie. Il sole è alto nel cielo sgombro di nuvole. Qualche raggio s’infrange sopra il tetto del bar dello stabilimento, un chiosco di legno mangiato dalla salsedine di una decina di metri quadri.
La madre è sotto l’ombrellone giallo. Ha la schiena rivolta verso il sole cocente, il viso poggiato da una parte e la parete sopra del costume slacciata per non lasciare il segno.
Il padre è sul lettino, la canottiera bianca a costine è intrisa di sudore ma lui non vuole spogliarsi. Odia stare a petto nudo sotto il sole perché ha paura di scottarsi. Ha il costume, solamente perché è più facile da lavare, e le ciabatte ai piedi, nonostante gli facciano sempre il segno.
La bambina si avvicina al padre e la madre saltando sulle ombre degli ombrelloni aperti come se stesse giocando a campana. Alza una quantità di sabbia abbondante che va a sbattere sulla famiglia dell’ombrellone vicino. Quando è davanti ai genitori si mette la mano a paletta sopra gli occhi perché accecata dal sole. Ha un cappellino calzato stretto sopra la testa che le copre parzialmente il viso arrossato.
“Che ore sono?” chiede impaziente.
Il padre guarda l’orologio sul polso sudato coprendosi con la mano a paletta.
“Le tre e mezzo.”
“A che ora abbiamo mangiato?” chiede la madre.
Si è voltata e lascia intravedere la pelle a buccia d’arancia sulla guancia che era schiacciata sul lettino.
“A mezzoggiorno” dice il padre scocciato, che continua a leggere il messaggero senza alzare la testa verso il sole.
“Aspetta ancora un’oretta” dice la madre alla bambina che comincia a frignare.
“Ma fa caldo” replica come una cantilena.
Il padre dice alla madre di lasciarla andare, sono passate due ore e mezzo. La digestione ha fatto il suo corso. La madre, annoiata, chiede al padre di accompagnare la figlia. Lui le risponde che odia il sole, lei invece che lo ama e che vuole abbronzarsi.
“Vai sola, da qui ti guardiamo, resta sul bagnasciuga però” dicono quasi all’unisono.
La bambina fa segno di sì con la testa. Ricomincia a saltare fra gli ombrelloni alzando la sabbia che va a finire sulla signora grassa che urla “Eh no, eh!”.
Si avvicina correndo al bagnasciuga, si ferma e tocca l’acqua con il piede nudo per sentirne la temperatura.
La madre si è voltata dalla parte opposta, con la schiena rivolta verso il sole. Il padre sfoglia il giornale, saltando la pagina dello sport.
Nel frattempo, la bambina ha immerso tutto il busto nell’acqua. Prova a nuotare come gli ha insegnato suo cugino più grande qualche settimana prima, agita le braccia facendo grandi spruzzi in aria. Dentro l’acqua non c’è nessuno. In lontananza, un uomo con una canna da pesca è seduto su una piccola sedia sopra gli scogli e prova, senza convinzione, a pescare qualcosa. La bambina annaspa muovendo braccia e gambe all’unisono, è scoordinata e va su e giù con la testa. Quando ritorna in superficie sputa l’acqua dalla bocca. I braccioli la tengono a galla, è felice perché riesce a muoversi di qualche centimetro nel mare. Le sembra di nuotare come quelle campionesse che ha visto una volta alla televisione. Guarda gli scogli e ha voglia di raggiungerli per tuffarsi da lì sopra. Adesso si muove più veloce. Fino a scomparire dalla vista dei genitori che sono diventati solo due puntini all’orizzonte.

Quando i carabinieri e la guardia costiera arrivano sul posto diranno che la bambina si era tolta i braccioli. Ne ritroveranno prima uno vicino l’ombrellone della signora grassa e l’altro sul bagnasciuga. La bambina vicino agli scogli. Il pescatore in lacrime con la canna in mano.
Il giornale del padre sopra al lettino vicino alla crema solare della madre, tutti e due nei pressi degli scogli a piangere.

Raffaele ha la barba come Karl Marx. Ogni giorno seduto al tavolo più nascosto del bar, quello peggiore, nell’unica vetrina chiusa e buia, vicino alle slot machine spente e davanti alla porta del bagno. Come se si nascondesse volontariamente.
Non so che lavoro faccia o chi sia. So solamente che si chiama Raffaele, che indossa sempre dei pantaloni marroni di velluto a costine e le scarpe aperte sul davanti. So che ogni volta che lo vedo è seduto nascosto, con una birra da sessantasei centilitri sul tavolo e il boccale vuoto a fianco. Anche alle dieci del mattino.
Ne beve piccoli sorsi, così lentamente che delle volte credo, anche dopo averlo visto molte volte e in diverse ore, che sia sempre la stessa birra. Invece no.
Raffaele si attacca alla bottiglia e prende l’ultimo sorso, un rivolo gli cade sulla barba bianca e gialla per via della nicotina. Si asciuga con la manica del maglione grigio topo infeltrito e mi scruta con gli occhi piccoli e stretti. Da lì, la visuale è scarsa ma riesce ugualmente a sorridermi, io mi giro e punto la porta del bar dritta davanti a me, poi mi fermo.
Renato alza la testa e mi sorride, ha i denti gialli, macchiati, che gli danno un’aria da cattivo. Ma in quel sorriso non trovo timore e mi avvicino. Sposto leggermente la sedia e gli faccio cenno per chiedergli se posso sedermi. Lui, con lo stesso sorriso, mi dice di sì.
Non ci diciamo niente per i primi due minuti. Raffaele apre il giornale lo sfoglia e comincia a leggere a bassa voce. È lento e muove il dito su ogni lettera seguendone i contorni, come se non sapesse leggere. In realtà sta cercando di condividere l’articolo con me. Quando muove la bocca, posso sentire l’odore forte della nicotina mischiata alla birra. Lui se ne accorge e sposta la sedia all’indietro, quel tanto che basta a farmi capire che si sta scusando per il suo aspetto.
Raffaele abbassa il giornale e mi guarda.
“Sai cos’è la resilienza?” il suo tono di voce è basso, leggermente rauco per via del fumo. La barba che gli copre le labbra e lo fa parlare in modo confuso.
“Non saprei” gli dico abbassando la testa.
Lui fa un sorriso malinconico, mette il giornale di lato e mi versa due dita di birra nel bicchiere pulito che tiene davanti a sé.
Dopo avermi raccontato una storia, Raffaele si alza, mi tocca di nuovo la spalla e se ne va per la sua strada. Resto lì, nel suo posto a osservare la strada e l’interno del bar proprio come fa lui ogni mattina. La visuale è perfetta, nonostante il puzzo che viene dal bagno. Si vedono tutti, le loro vite, o perlomeno quello che un uomo vuole guardare. Quando mi alzo osservo il tavolo, il giornale è rimasto lì, aperto, prima della pagina dello sport.
Mi viene voglia di chiuderlo, ma poi lo lasciò così.

Valerio Valentini

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