3cento

Il cordone ombelicale

Per emanciparsi dalla famiglia prese una stanza in affitto all’altro lato della città e iniziò a lavorare come operatore call center outbound, poi cameriere, poi barista, poi commesso presso una nota catena di abiti femminili, poi magazziniere, baby-sitter, dog-sitter, cat-sitter. Dopo sei anni di contributi ottenne la disoccupazione, smise di lavorare e si godette il riposo e i divertimenti strappati alla sua giovinezza (l’Inps gli mandava un assegno mensile di 800 euro). Finiti quei soldi non volle tornare a fare lavori che disprezzava, così si mise a suonare per la strada fino a che le corde della chitarra non gli si ruppero e fu costretto a spendere gli ultimi soldi per cambiarle, infine lo abbandonarono le corde vocali, si beccò una brutta influenza derivata dalla pessima alimentazione, vendette la libreria, l’armadio, il letto, la chitarra, alcune bottiglie di vino invecchiato, e non volle abbandonare la stanza fino a che la proprietaria, stufa marcia dei continui ritardi nei pagamenti, fece abbattere la porta intimandolo di andarsene.
A venticinque anni torna ora a casa sconfitto e malato, la coda penzoloni, lo sguardo di un animale braccato che lentamente e con orrore si alza per incontrare quello del padre e della madre fermi sulla soglia, che increduli gli domandano: “Perché non ci hai detto niente? Ti avremmo aiutato!”

                                                                                                                                       Andrea Gatti

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