Tuffi liberi

Dove non arriva il tram

Il palazzo ha il colore dei biscotti del discount, giallognolo. File di piccole finestre, come granelli di zucchero, gli sono piombate addosso con una precisione casuale. Tutte affacciate su una strada che arriva dal centro e non porta da nessuna parte: finisce in una rotonda e tornerebbe indietro, se la sua fuga non fosse spezzata da transenne e cartelli di lavori in corso. Di macchine se ne vedono poche e nessuna si ferma. La rotonda prova a inghiottirle, ma le macchine sono più veloci. Sulla facciata sud del palazzo si intravede un volantino incollato alla parete: l’avviso di demolizione è giallo sbiadito, gli mancano lettere e numeri, ma appartiene a tempi passati. Nessuno l’ha mai strappato, così come nessuno è venuto a demolire il palazzo abusivo, interrotto a metà.
La strada che passa attorno al palazzo è stata spalmata controvoglia e in fretta. Colate d’asfalto hanno allargato di qualche metro il contorno irregolare di una città talmente lontana che potrebbe non esistere più: la periferia invadente è come la luce che arriva in ritardo dalle stelle. Il cantiere che interrompe la strada è parte integrante del quartiere, parco giochi per bambini irrequieti e cani. La strada è marmellata di ribes, nera come la notte.
Prima vennero i meridionali. C’erano mobili accatastati in cortile, letti ammucchiati nelle rampe delle scale e i controsoffitti, umidi e lerci, facevano da suite a ragazzini che lavoravano in fabbrica. Si arrangiavano. Poi vennero i cinesi, erano pochi e silenziosi: cucivano oppure cucinavano, vivevano in dieci in un sottoscala e acquistavano palazzi interi che smembravano e rivendevano a pezzi. In quei pezzi ci dormono i nord africani o i sud americani, algerini o peruviani. Pakistani e bengalesi sono gli ultimi arrivati e occupano le stanze più piccole e fanno i lavori più umili. Vendono sigarette, ombrelli e rose. I loro figli sono ancora troppo piccoli e non vanno a scuola.
Il palazzo è un minestrone di lingue e di odori. Han si fa chiamare Marco e aspetta tutte le mattine, infagottato in un paio di cuffie, che Malya saluti la madre, scenda le scale e si sciolga le lunghe trecce nere in cui la famiglia s’ostina a imprigionare i suoi capelli afro. Marco la aspetta, la segue per un tratto e, quando la strada li ha portati abbastanza lontano, le cammina di fianco. Malya sorride con denti bianchi e le mani nelle tasche rotte, parlano la stessa lingua e non parlano mai di quello che succede alla rotonda senza uscita: hanno un patto. Ci sono cose da non dire. Camminano in strade tutte uguali con gli zaini sulle spalle.
Piantine di basilico spuntano su qualche davanzale, tra posaceneri stracolmi e bottiglie semivuote lasciate sul precipizio. Tende leopardate e lanterne rosa appese ai ganci degli stendini. Lo scorrere della metropolitana produce un tintinnio inconfondibile di anime mescolate.
Nelle finestre dei palazzi si muovono ombre lunghe come spiriti dannati. Musica latinoamericana e sermoni alla radio raccontano di donne colombiane intente a spolverare e di ragazzini iraniani in preghiera, sulle ginocchia. Sono parentesi, donne con il velo e donne in canottiera. C’è odore di sugo lasciato per ore a cuocere e di ammorbidente appiccicato alle lenzuola ribaltate più volte alla ricerca di un angolo di sole, pizzica e taranta sotto i tacchi, accenti marcati nei denti e santi incollati ai frigoriferi. E per strada file di panchine e vecchi dai cappelli verdi che ammirano lo spettacolo incompiuto di aiuole senza verde e alberi senza foglie. I due ragazzini parlano finché, girato l’angolo, la scuola non sventola la sua bandiera in lontananza: Marco fa due passi indietro e le distanze vengono ristabilite. Si ritroveranno nello stesso punto, qualche ora più tardi, e saranno due passi avanti e poi spalla a spalla fino al cantiere. Non parlano mai della scuola. Esprimono desideri e non tolgono gli occhi dalla strada, imparano i nomi delle vie a memoria.
Nessuna madre li aspetta apprensiva alla finestra, eppure i due si allontanano un po’ alla volta, come se i metri tra i loro passi fossero lì da sempre. Entra prima Malya, poi Han sale le scale due a due. Nel palazzo ci si ostina a fingere e le finestre vengono sfiorate, quasi non esistono, così come non esiste la strada su cui affacciano. È raro vedere qualcuno alla finestra. Ci vanno solo i bambini, forti dell’immaginazione e dell’assenza di ricordi da far combaciare, e ci vanno le vecchie con i loro mille anni come scudi issati davanti agli occhi. A guardare fuori l’incanto svanisce, la radio non trasmette più alcuna musica e gli odori delle spezie familiari vengono portate via dal vento. Resta solo la strada che non va da nessuna parte. Non ci si accorge dei capelli di Malya riannodati in fretta e del sorriso di Marco che impiega qualche secondo a voltarsi quando lo chiamano Han. Le camere dei ragazzi sono schiena contro schiena, ma non c’è modo di comunicare: sono compartimenti stagni in cui rimbalza il futuro.

Francesco Spiedo

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