Tuffi liberi

L’altro fratello

Avevamo deciso di incamminarci alla controra. Appena usciti da casa, il sole ci era caduto addosso. Avevamo alzato gli occhi per controllare il balcone: per la prima volta, nostra madre non era appoggiata alla ringhiera per seguirci con lo sguardo finché poteva. L’avevamo lasciata seduta al tavolo della cucina con la testa piegata in avanti, le palpebre tremolanti, e la guancia tutta premuta sul pugno:
“Mamma, dormi?”.
“No, no…”
“Stiamo uscendo.”
“Mi raccomando. Quando torni?”

Ne avevamo parlato molto la sera prima, avevamo studiato l’ora buona e le strade da prendere per non essere visti. Camminavamo lenti come se qualcuno ci fosse saltato sulla schiena. Avevamo le vertigini, non sapevamo se per il caldo o perché non vedevamo l’ora di incontrare l’altro fratello.
Tre giorni fa in Villa, avevamo letto “28-08-2018” scritto con un pennarello nero su un gradino della Rotonda.
“Meno male che mi è venuto di prendere il secondo viale. Ti rendi conto che rischiavamo di non leggere il giorno dell’appuntamento? Se stavo appresso a te potevamo morire sul primo viale con quelli delle elementari.”
“Va bene, bravo, che ti devo dire? Neppure tu ti volevi mai sedere alla Rotonda perché c’erano quelli di terza e ti spaventavi. Io è da mò che te lo dico.”
“Mado’ come sei antico, ti ricordi cose passate.”
Sapevamo che quella data l’aveva scritta l’altro fratello. Non lo avevamo mai visto ma ci lasciava messaggi per tutta Lucera: sui muri, sui sedili delle panchine, sui gradini della Rotonda, e noi rispondevamo. Sotto “28-08-2018” avevamo scritto “al Castello”.
Avremmo voluto scrivere tante cose all’altro fratello ma non potevamo farci scoprire, soprattutto da nostra madre. Stare in Villa o in piazza era come stare nella nostra stanza. Lucera era la nostra stanza ripetuta mille volte con tutte le porte aperte, per questo gli altri sapevano ogni cosa di noi.
Prima dei messaggi non conoscevamo l’altro fratello. Un giorno avevamo letto “mi mancate tanto” su un muro nella traversa dietro al Duomo. Ci eravamo morsi il dorso della mano senza accorgercene, ci trovavamo sempre il segno rosso. Sapevamo che la frase era per noi, come quando nostra madre ci chiama per nome e solo noi ci voltiamo in mezzo agli altri. Sotto a “mi mancate tanto” avevamo scritto “Chi sei?” Aveva cominciato a raccontarci così la sua storia.
Per le strade avevamo letto che ci aveva tenuti in braccio quando eravamo nati, che ci amava, che nostra madre lo aveva buttato fuori casa e faceva finta di non averlo mai avuto.
Non ci sentivamo più soli da quando l’altro fratello aveva cominciato a scriverci. Cercavamo i suoi messaggi ovunque, pure sulle chianghette. Eravamo contenti di essere diventati tre.

Il Castello era il nostro posto preferito, lo abbiamo raggiunto senza che nessuno ci salutasse o chiedesse dove stessimo andando alla controra. Non sopportavamo di dover sempre incontrare persone e rispondere alle loro domande su cosa avremmo mangiato a pranzo e su come stesse nostra madre.
Non abbiamo mai chiesto a nostra madre dell’altro fratello. Lei faceva finta che lui non esistesse. Solo una volta, di nascosto, l’avevamo sentita parlare con la zia in cucina.
“La devi finire. Non se n’è andato per colpa di tuo figlio, io lo conosco.”
“E se lo conoscevi perché me l’hai fatto sposare?”
“Vedi che io lo so com’è lui, prima o poi tornerà. Che c’entra la creaturella…”
“Non è normale, te l’ho detto, fa cose strane con la bocca. Ha preso da lui! Avete la pazzia in famiglia.”
“Ci’, ci’ che ti fai sentire! Fallo crescere, la smetterà da solo. Devi avere pazienza.”
“Più cresce, peggio è. Come se n’è andato suo padre, se ne può andare pure lui.”
Quella volta avevamo cercato l’altro fratello per tutta la casa credendo che fosse tornato. Nostra madre ci aveva chiesto perché eravamo così agitati e noi le avevamo risposto che stavamo cercando un tesoro.
In estate stavamo seduti accanto alla Torre del Castello con tutto il vento in faccia finché il sole non cadeva dietro l’orlo delle mura. Quando eravamo fuori, invece, camminavamo lungo il perimetro contando le feritoie, e se non c’era nessuno, immaginavamo di essere dei cavalli, pestavamo le sterpaglie alte facendo “iiih iiih!”. Oppure ci avvicinavamo al margine del sentiero, dove il terreno precipitava fra i tronchi sottili e facevamo a gara a chi si sporgeva di più: “Lo sai che se fai un altro passo, muori?”.
Avevamo deciso di fermarci al blocco di pietra. Per salirci facevamo un salto, ci sedevamo, incrociavamo le gambe a stavamo lì a guardare da una parte le mura e dall’altra gli alberi. Per l’emozione e la paura di vedere l’altro fratello ci erano venuti quei versi strani con la bocca: soffiavamo fra i denti, raschiavamo la gola.
“E se poi ci porta via?”
“Meglio così. Mica possiamo stare a Lucera per sempre.”
“Ma che ti cambia tra qua e un altro posto? Io ci voglio stare.”
“Mi cambia. Mi cambia che me ne voglio andare prima che butta fuori pure a noi… La smetti di muovere le labbra mentre parlo?”
“Lo stavo facendo di nuovo? Mado’, non me ne accorgo… Che poi tu ti sei spaventato per il cielo rosso dell’altro giorno, per questo te ne vuoi andare. Non c’entra niente la mamma.”
“Pure papà se n’è andato a Foggia, che c’entra il cielo rosso.”
“A papà gli dicevano «matto maligno».”
“Anche le luci delle pale eoliche sono rosse, e le guardo sempre. Le so a memoria: spenta-accesa-accesa-accesa-spenta-accesa-accesa-accesa.”
“Meh e che vuol dire. Sono due cose diverse.”
“Ma tu te la ricordi la faccia di papà?”
“Qualcosa… se mi sforzo.”
Avevamo aspettato l’altro fratello per tutto il pomeriggio, come le altre volte. Eravamo sicuri che ci avesse guardati da una feritoia del Castello ma era ancora troppo timido per farsi vedere. Dovevamo avere più pazienza, dovevamo scrivergli quanto lo amavamo. Siamo scesi dal blocco di pietra e siamo tornati verso casa. Il cielo si era di nuovo acceso di rosso. Distesa ai nostri piedi si allungava un’ombra. Camminava quando noi camminavano, si fermava quando noi ci fermavamo.

Noemi De Lisi

Un pensiero riguardo “L’altro fratello”

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