3cento

Uccelli che bruciano

Da quando ero arrivato Felipe mi ripeteva che un giorno avrei dovuto alzarmi presto e guardare l’alba. Diceva che l’alba a Copiapó sembrava portata da centinaia di uccelli in fiamme che volavano sul deserto e sulle colline e trascinavano il giorno in Cile. Un giorno perfettamente cileno. Un giorno di fuoco come può essere solo un giorno portato da uccelli che bruciano. Io rispondevo che sì, prima o poi l’avrei vista.
Avevo trovato lavoro in una pensione e avevo una stanza e uno sconto per bere al locale, ed era lì che avevo conosciuto Felipe. Veniva a bere alla pensione perché dei cileni si era stancato, voleva parlare con gli stranieri dato che lui fuori dal Cile non c’era mai stato. Mi chiedeva di raccontargli i posti che avevo visto e io gli descrivevo i deserti dell’Iran confondendoli con quelli spagnoli o con quelli africani, e le montagne del Vietnam anche se forse finivo per parlare di quelle della Thailandia. Dopodiché mi offriva da fumare e mi diceva di guardare l’alba portata da quegli uccelli temerari e sconsiderati, come sono gli uccelli e anche gli uomini del Cile, e io gli rispondevo che prima o poi l’avrei vista. Diceva: “Beviamo e aspettiamola insieme”. E io gli rispondevo: “Un’altra volta, Felipe, stasera sono stanco”.
Alla fine venne il momento di partire. Salutai Felipe e lui mi fece promettere che la mattina seguente avrei guardato l’alba.
Andai a dormire tardi e dopo qualche ora sentii bussare alla porta e dietro la porta c’era Felipe, ubriaco e stanco. Mi fece vestire e scendemmo fino alla valle mentre il cielo si schiariva. Non avevo ancora trent’anni e non avevo capito niente di nessun posto dov’ero stato e non avevo capito niente del Cile né di Felipe e quando albeggiò fu come se centinaia di uccelli attraversassero il cielo con le ali in fiamme, fuggendo da un incendio scoppiato all’altro capo del mondo, esausti e lenti. Felipe si mise a piangere e allora piansi anche io. “Te l’avevo detto, cabrón.”

Alberto Calce

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