3cento

Ricevimento al crepuscolo

La casa era poco lontana dal nostro ritrovo. Dicevano che dopo il terremoto era stata abbandonata; alcune voci assicuravano che ci abitava ancora una vecchia. Durante il giorno le finestre erano sempre buie, anche quando fuori esplodeva la luce. Le nostre sassate avevano rotto tutti i vetri. All’interno regnava un silenzio immacolato da convento.
Un pomeriggio Michele ci propose di entrare. Avremmo forzato la vecchia porta, secondo lui bastava una spallata. Io mi feci da parte. Fino alle sassate poteva andare ma entrare in una casa dove c’era stata della vita, della morte o anche solo della felicità mi faceva troppa tristezza, e forse paura. Rimasi ad aspettarli accanto alla vecchia quercia selvatica, l’albero cieco e paziente dei nostri nascondini al buio.
La porta cedette dopo poco, il tempo che mi accendessi una sigaretta rubata a mio padre. Che andavano a farci lì dentro, se non c’era più nessuno? Li sentii ridere forte, poi tacere. Quando uscirono li trovai diversi. Erano stati a frugare parecchio tempo. Avevano trovato gli armadi ancora gonfi di cappotti e di vestiti invernali. I cassetti pieni di cose inutili e antiche, cartoline, fotografie; accanto a un letto degli stivaletti con i lacci. C’era un vestito della prima comunione, appeso a una gruccetta, vicino a una finestra rotta. Chiesi ai miei amici perché avevano riso e Michele disse che Attilio aveva sputato sangue in un angolo della camera da letto. Abbassai gli occhi e calpestai il mozzicone della sigaretta, con un mezzo giro di caviglia. Michele mi mostrò una foto. Una bambina, forse quella della prima comunione, festeggiata, come raccontavano, la sera stessa del sisma. Ci allontanammo in silenzio, mentre le tenebre divoravano i nostri cuori. Michele quella foto la gettò. Attilio ingoiò il dente.

Luigi Salerno

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