Tuffi liberi

La vedetta

Prima di andarsene mi ha detto di controllare, attraverso la fessura, dall’altra parte di questo muro. Pare che debba succedere qualcosa, qualcosa di molto importante, mi ha detto, prima di andarsene quasi correndo per la fretta. Sono circa quattro ore che sono qui, piegato sulle ginocchia, con le mani poggiate sul muro e la faccia quasi schiacciata sulla parete, cercando di appoggiare l’occhio il più vicino possibile alla fessura, ma non mi riesce di vedere un granché bene: dall’altra parte sembra tutto bianco, sembra che il sole sia orizzontale rispetto al mio sguardo, anche se non so esattamente se dall’altra parte del muro ci sia un’altra stanza o se sia tutto aperto. Guardo l’orologio, il mio turno dovrebbe finire tra altre quattro ore circa, è stancante, ma è ben pagato: devo solo guardare dall’altra parte, attraverso questo foro, e capire cosa succede. Nel caso in cui succeda qualcosa, devo avvisare qualcuno, anche se non è mai successo niente, e onestamente non ricordo bene chi io debba avvisare, perché poi, la verità è che questa stanza in cui mi hanno rinchiuso è tutta vuota, non ci sono mobili né quadri alle pareti, c’è solo una sedia, ma mi è stato detto di non utilizzarla e così passo il tempo piegato sulle ginocchia, quasi sospeso, a fissare il bianco al di là del muro. Il mio ruolo, comunque, sembra importante, perché quando succederà qualcosa, e molto presto succederà qualcosa, io dovrò avvisare tutti, e la mia velocità nell’avvisare tutti salverà decine, se non centinaia, di vite umane. In ogni caso devo restare qui sino a quando le otto ore di lavoro non passeranno e dovrò essere preciso nell’uscire, né un minuto prima né un minuto dopo.

Sono circa cinque ore che sono qui, dall’altra parte non è ancora successo niente, però ho la sensazione che l’orologio, che ho al polso, si sia rotto, bloccato. Mi sembra che sia passato più tempo, forse sono cinque ore e un quarto. Ma non posso allontanarmi da qui, guardare nello spioncino è sicuramente più importante del tempo. Mi verranno a chiamare, finite le otto ore, spero. Dall’altra parte del muro è sempre tutto bianco, come una luce abbagliante puntata verso il mio occhio che spia. Potrebbe esserci un paesaggio innevato nel quale il sole non tramonta mai, è possibile. Potrebbe esserci una luce artificiale. Passo il mio tempo così, immaginando cosa possa succedere, con il mio volto schiacciato sul muro. Intanto sicuramente il tempo sta passando e forse sono passate anche sei ore, forse anche le otto ore. Sicuramente il mio turno è finito, sicuramente devo lasciare la mia postazione, ma se invece mi stessi sbagliando, se non fossero passate otto ore? Non voglio perdere questo lavoro, pagano bene e non è nemmeno troppo difficile, devo solo rimanere qui e guardare in questa fessura; prima o poi qualcosa succederà.

Certamente le otto ore sono passate, ma il mio senso del dovere mi impone di rimanere qui e fissare in questa fessura l’altra parte del muro, dovesse succedere qualcosa proprio mentre mi alzo e me ne vado, non potrei accettarlo. Qualcuno mi verrà a chiamare, o al peggio, dall’altra parte del muro qualcosa succederà e io finalmente smetterò di guardare. Per ora sono qui, mi tremano le gambe, ma penso di poter resistere ancora. Qualcosa succederà.

La fessura dalla quale guardo sembra essersi mossa, ma forse è la mia stanchezza. Non posso mettermi in ginocchio perché altrimenti sarei troppo basso, ma non posso nemmeno rimanere in piedi perché altrimenti sarei troppo alto. Sono sfinito, ma non ancora pronto a lasciare tutto e andarmene. Provo ad arrivare alla porta con la mano, ma è troppo distante, vorrei aprirla e chiamare qualcuno, sembra strano si siano dimenticati di me, ma deve essere così. E se non fossero passate otto ore? Potrebbero esserne passate due. Credo sia normale, nella mia situazione, percepire il tempo in maniera diversa, più lenta. Provo a raggiungere la maniglia della porta con il piede, rimanendo con l’occhio schiacciato sulla fessura per guardare fuori. Nemmeno con il piede riesco ad arrivarci, e non riesco nemmeno ad avvicinare la sedia. Ho come l’impressione che tutto si stia allontanando da me, guardo quel poco che c’è da questa parte con la coda dell’occhio, con sguardi veloci.

Da qualche minuto, forse secondo, non saprei, ho come l’impressione che la fessura si stia muovendo. Deve essere sicuramente la mia stanchezza, ma mi sembra che la fessura si stia alzando e non mi stia facendo guardare più in orizzontale, ma verso l’alto, obbligandomi a una posizione, se possibile, ancora più scomoda, quasi la fessura mi stia schiacciando verso il basso, in attesa che fuori da queste mura succeda qualcosa. Ma non succede niente.

Ho una responsabilità enorme, ma la mia posizione è davvero estenuante, tutta questa responsabilità sulle spalle di una sola persona, a tratti mi sembra inaccettabile. Sento le gambe cedere, ho rinunciato a chiamare qualcuno, non so, forse non sono ancora passate le otto ore, anche se a me sembra d’esser qui da almeno un giorno intero, sempre nella stessa posizione, guardando attraverso la fessura.

Ho tolto le scarpe e sono scalzo. Mi sono accorto che non bevo acqua e non mangio da tutto il tempo in cui sono qui. L’importanza del lavoro mi ha distratto, ma avverto una debolezza del tutto particolare. Mi sembra quasi di star per morire, ma sicuramente non è questo il modo giusto di morire, dall’altra parte del muro sento che c’è la vita in tutta la sua forza. Ho guardato per delle ore, infinite ore, attraverso una fessura senza esser riuscito nemmeno a capire cosa stessi guardando, sicuramente non è questo il modo giusto di morire. Devo resistere, non posso cedere proprio ora, ora che mi sembra di non farcela più, ora che le gambe mi stanno cedendo e mi si chiudono gli occhi, ora che sembra che al di là della fessura sia successo qualcosa, come se quella luce sempre fissa e costante si fosse spenta. Stacco l’occhio dalla fessura e mi stendo per terra. Provo a urlare, a chiamare qualcuno, ma non mi esce nemmeno un filo di voce. Guardo qualcosa che non è la fessura e mi accorgo che nella stanza intorno a me non è cambiato niente, nessuno è venuto a chiamarmi a fine turno e forse sono passate decine e decine di ore. E io ho ceduto, proprio ora che si è spenta la luce. O forse è stata la mia stanchezza ad avermela fatta vedere spenta. Non riesco più a tenere gli occhi aperti, sono esausto. Ma d’altra parte non è importante, qualcosa succederà.

Luca Romano

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