Tuffi liberi

La terrazza

Eravamo in qualche modo uniti, nell’attesa del Capodanno sulla terrazza.
Mettevamo a turno gli occhiali dello zio ricco – “Chi si ricorda come si chiama, lo zio ricco?”, ci chiedevamo, senza chiamarci mai per nome. Ci si riconosceva dal tono: se era pacato era il più grande, se era squillante era il più piccolo.
Eravamo in qualche modo uniti, al freddo, la terrazza e la lampadina fulminata. Si rientrava dopo poco, due minuti prima della mezzanotte. Volevamo dormire, eravamo stanchi. Ma non lo si poteva dire. Le madri, invece: le madri lo dovevano dire.
Dal mattino le nostre madri, che ci sembravano le madri più stanche del mondo, avevano le dita sporche di battuto sedano e carote.
Alcuni dei nostri padri fumavano. Altri guardavano il televideo.
Lo zio ricco, alla fine, lo si chiamava soltanto “Zio”. I suoi Persol marroni, grandi.
Uno di noi accese un bengala controvento, controtempo. Lo sentimmo urlare, noi che eravamo dentro. Le nostre madri si trascinavano stanche verso la terrazza, urlavano una litania allarmata.
Lo guardavamo, ustionato da un bengala controvento, la mano nera. Cos’era successo? Era scoppiato il bengala?
Era successo qualcosa.

Dal Ventiquattro al Primo era tutto un da fare.
Le nostre madri, le più stanche del mondo.
I nostri padri ricaricati di tredicesime fumavano, chi non fumava beveva, una Multifilter Centos ogni due bicchieri di Primitivo. I bicchieri di plastica, rossi.
Tutte le sere le carte, i fagioli, le regole, le monetine, le tovaglie, le briciole.
Non avremmo più ricordato niente. Nemmeno l’epica dell’anello perduto.
L’anello di chi? Non se lo ricorda nessuno.
Un anello di una delle nostre madri. Un anello perduto nel lavandino, era scivolato, poi recuperato, sporco di qualcosa, verdure bagnate, pelle di pesce.

Le conchigliette, il sugo di pescatrice, la lingua bruciata.
Uno dei nostri padri puliva il pesce a mani nude, interiora rimanevano incastrate sotto la fede, lui la sfilava, succhiava via, la ripuliva con la lingua.
Noi non abbiamo mai detto niente: ridevamo inorriditi, ma tutto in un silenzio che assecondava il fare dei nostri padri – uno fumava e sistemava le carte nel mazzo, per ore, gli occhi stretti per il fumo.
Noi rubavamo le sigarette dai pacchetti, facevamo finta di fumare, le nostre madri ci colpivano le nuche – “Non si fa nemmeno per scherzo”. Esauste, giovani vecchie abbarbicate al balcone. Guardavano la strada giù, lontana tre piani. Intravedevano un’occasione: questo era un pensiero che si capiva dalle mani tremanti sulla tovaglia sporca di noci rotte.
Lo zio ricco apriva la grappa, ce la faceva odorare. Uno dei nostri padri la beveva d’un sorso, gli occhi gli si facevano strani.
Una delle nostre madri esauste era sempre più tremante, accendeva una Multifilter Centos. Una volta uscì sulla terrazza, un giorno tra il Ventiquattro e il Primo. Eravamo certi che non sarebbe rientrata. Le guardavamo la mano sulla fronte, gli occhi aperti, gli occhi aperti forte sulla strada giù lontana, tre piani. La guardavamo.

C’è forse una foto. Forse due. Ma mai di noi tutti insieme. Il più piccolo, era lui il problema: urlava se gli si faceva una foto. Ci provavamo, poi lasciavamo stare. I nostri padri insistevano, ma niente. Il più piccolo urlava.
C’è forse una foto: una tavola piena di cose, nessuno seduto. Noi eravamo tutti di là, si guardava il Bambinello nuovo – di ceramica o terracotta? Uno dei nostri padri rimase, invece, a fare la foto. In un angolo della foto un filo di fumo, al centro della tavola un mazzo di carte, tantissimo cibo.
Le carte le tolse una delle nostre madri. Urlando e facendo segni della croce.
Le nostre madri temevano il gioco, il denaro, a tavola – temevano il demonio, a tavola.

Il più grande non lo si riusciva a tenere con noi, mai. Noi eravamo davanti alla tv. Rapiti, qualsiasi cosa ci fosse lì dentro. Fantaghirò, Fiorello, Scalfaro. Lui invece cosa voleva? Non ricordiamo cosa voleva. Altro. I petardi, i bengala, i miniciccioli, le cipolle napoletane. Il rumore voleva, forse.
Noi non sempre capivamo, non sempre volevamo. Eppure si usciva. La terrazza. Il rumore, lo zolfo.
Era tutto un da fare, dal Ventiquattro al Primo. Le nostre madri urlavano di rientrare, urlavano fino a farsi la voce roca, gli occhi pieni di lacrime.

Quando poi era il momento dei regali, e quando poi era il momento del Bambinello, e quando poi era il momento dei botti: era tutto un da farsi.
Urlanti, noi. Le urla delle nostre madri. Le urla dei nostri padri per parlarsi tra le nostre urla. Anche durante il Bambinello. Le nostre madri, le voci all’improvviso bianche, urlavano in canto preghiere.
Noi facevamo la croce decine di volte al giorno: quando tutto iniziava, sempre la croce, quando tutto finiva, la croce, prima dei regali, dopo i regali, quando era pronto, prima di tornare alla vita lontani dalla tavola.
Quella volta uno dei nostri padri, gonfio di grappa, prese per il collo forse il più grande. Lo prese per il collo con la mano sinistra, gli diede uno schiaffo con l’altra mano. E per giorni, fino al Primo gennaio, ancora il segno delle dita. Sulla guancia le dita nitide. Il più grande, forse era lui, non pianse.
Ma perché lo schiaffo?
Il padre, senza una parola, salì in camera a dormire. Lo sentimmo vomitare.
Le nostre madri e gli altri nostri padri se lo chiedevano: perché lo schiaffo? Noi non ce lo chiedevamo. Non lo abbiamo mai saputo. Ridevamo, contando le cinque dita sulla guancia. E provando anche noi, su di noi, a lasciarci il segno.
Tutti uniti in un rossore di schiaffi, nel nuovo anno.

Dei nostri doni cosa è rimasto? Di tutti quei regali di Natale? Dei nostri padri? Poco. È rimasto poco. Forse nemmeno i loro corpi. Nemmeno i corpi delle nostre madri. O forse di loro è rimasto soltanto il corpo, che procede.
Di noi, dei nostri regali, forse nemmeno quello è rimasto: ora che siamo uniti, che fumiamo e siamo zii ricchi, ora che siamo a tavola, siamo seduti, ci fanno una foto, siamo uniti, inorriditi.

Andrea Donaera

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