nelle altre piscine

Occhio di tigre

Il punto in cui il vialetto di cemento incontra il catrame nero bollente della strada: è qui che si ferma, congelata, incapace di proseguire. Sta ai margini di qualcosa che non capisce, avendo deciso di continuare a camminare, giù per la strada, attraverso l’incrocio, fino alla fermata del pullman, e (così il suo pensiero frammentario prosegue) su un pullman diretto in Alaska. Ha tredici anni e sta scappando.
Il caldo le si appiccica addosso, il caldo estivo di Salt Lake – macchine di metallo luccicante, cielo nudo delimitato dalla brumosa inversione termica, i gambi appassiti nei vasi da fiore che sua madre non ha più tempo di bagnare. È un caldo crudele, pericoloso come non è mai stato; c’è una sensazione di vulnerabilità che la spaventa. Desidera la protezione del freddo.
Ventotto miglia lungo la superstrada, in una tozza casetta con l’aquilegia gialla che serpeggia lungo il giardino, sua nonna sta morendo di cancro al pancreas. Va avanti da tre mesi. Succede sempre e non succede mai. La ragazza nel vialetto è annoiata dal fatto che sua nonna stia morendo. È annoiata dal dolore. È annoiata dalle pillole in piccole scatole rotonde e dagli infermieri con i blocchi per gli appunti, i lunghi giorni sotto le foglie appassite del salice, trascorsi all’aperto, così che lei e gli altri bambini non si intromettano. È annoiata di essere un’adolescente, la sua angoscia largamente ignorata da tutti quelli che la circondano. Anche lei vorrebbe ignorarla.
E da qualche parte le era venuta l’idea che se fosse riuscita a scappare, uscire, separarsi, avrebbe potuto ricominciare tutto da capo; barattare la sua vecchia, indesiderata vita per una nuova. Poteva andare in una città in cui la neve cade tutto l’anno e diventare qualsiasi cosa scegliesse: fieramente indipendente, spensierata, matura, libera dagli obblighi.
Ma adesso, ferma sul bordo del vialetto, lei sa di non essere così. Sta tremando, sbatte le palpebre contro il sole, la mano destra stringe la bretella gialla dello zaino di tela in cui poco fa ha gettato frettolosamente tutti i suoi averi terreni. Una pagnotta di pane a lievitazione naturale, due mele, carote del giardino del nonno in un contenitore Tupperware, quattro libri, il suo lettore CD, un cambio di vestiti e, sbatacchiato sul fondo, l’occhio di tigre che ha comprato in vacanza con i suoi l’anno prima. Infila la mano nello zaino e lo afferra. È uno di quei gingilli che trovi nei negozi di articoli da regalo, con un assortimento di belle pietre in un espositore a forma di carro: topazio luccicante, seducente acquamarina, nera e fredda ossidiana, quarzo scintillante. L’occhio di tigre è sempre stato il suo preferito. Lei sa che significa coraggio. Ma il coraggio di andare, si chiede all’improvviso, o il coraggio di restare?
Anche se non vuole, anche se combatte questa immagine, ricorda di aver visto la madre librarsi goffamente di fianco al letto d’ospedale della nonna. Ricorda l’incertezza nella postura della madre, lo svolazzare delle sue mani. La madre non è un’infermiera. È costantemente fuori posto nella piccola casa tozza, goffa nel mondo in dissolvenza della sua infanzia. Questa conoscenza è sgradita, ma la ragazza non può sfuggirle adesso. Per la prima volta nella sua vita, sua madre è una persona. Sua madre ha una madre, e questa è una cosa separata dalla ragazza stessa, una relazione che esiste da molto prima di lei.
Tira fuori l’occhio di tigre e lo guarda. Le sue linee ambrate brillano, spezzate da minuscoli contorni e depressioni; le vene scure tagliano il centro. Mantiene un equilibrio neutro nel suo palmo.
Sto scappando da mia madre, ricorda a se stessa. Sua madre: quella che le urla contro, quella che critica, quella che le fa fare le faccende. Sua madre invulnerabile, intoccabile, intimidatoria, ingiusta. Sua mamma.
La mano di sua madre svolazzante vicino alla sponda metallica del letto d’ospedale, incerta se toccare o trattenere. Gli occhi marroni di sua madre, puntati sul viso della nonna…
Ci sono alcune cose (così pensa la ragazza) che non puoi fare a una persona. Se la persona sta per perdere sua madre, per esempio, non puoi portarle via anche la figlia. Ci sarebbe qualcosa di sbagliato in questo; sarebbe troppo da gestire tutto in una volta. La strada la chiama, inclinandosi verso il basso, sparendo dietro i muri di mattoni. La mano della ragazza si chiude sull’occhio di tigre, ne accarezza la superficie, ne avverte la piccola forza.
Risale per il vialetto, entra in casa, la porta a vetri che sbatte dietro di lei. Svuota lo zaino sul letto. L’occhio di tigre rotola sulle coperte; lo recupera e lo appoggia sul davanzale. Non oggi, pensa. Oggi non era il momento giusto. Ma forse scapperò a luglio; forse scapperò ad agosto; forse dopo, quando tutto questo sarà finito, forse…
Non ha modo di sapere che, tra dieci anni, si ritroverà in un bar con un gruppo di amici a scambiare storie di fuga, e solo allora si renderà conto di non averne una, perché tutte le sue storie parlano di voltarsi e tornare indietro.

Kaely Horton

traduzione di Andrea Gatti

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