Tuffi liberi

Una lunga estate

Fin dal mattino il sole picchiava sul tetto dell’edificio. I ventilatori erano accesi e le finestre spalancate.
Francesco fissava l’ingresso del Bar come se da un momento all’altro potesse succedere qualcosa. Aveva servito la colazione a un paio di clienti, i soliti che non andavano mai in vacanza. Aveva riordinato i tavolini. Non gli restava che guardare. Le frange di plastica della tenda si spostavano appena, lasciando entrare un po’ di quella luce che si accaniva sull’asfalto di viale Lombardia.
Suo padre, in canottiera, seduto al solito tavolino vicino all’ingresso, leggeva la Gazzetta annuendo di tanto in tanto.
Si vide in quella posizione, fra una quarantina d’anni, con la stessa curvatura della schiena, una mezzaluna che culminava in quell’espressione assorta sui risultati sportivi.
Molti dei suoi compagni erano al mare, per festeggiare il diploma. Lui doveva dare una mano al Bar.
Suo padre gli affidava sempre più spesso la chiusura. Si metteva gli occhiali e si aggirava intorno alla cassa mentre Francesco faceva i conti. Quando tutto quadrava, si versavano una sambuca. Bevevano in silenzio e poi chiudevano il locale. A Ivan non avrebbe fatto contare nemmeno le tazzine.
“Hai deciso cosa fare a settembre?” gli aveva chiesto Ivan prima di partire.
“E cosa dovrei fare?” aveva risposto Francesco mentre asciugava i bicchieri.
“Qualunque altra cosa.” Ivan aveva sorriso e se ne era andato. Non si sapeva di preciso dove. Per lui non valeva la regola del Bar. Ogni tanto spariva e tornava dopo settimane.
Francesco si fece un altro caffè. Guardò i tavolini vuoti. Il pavimento l’aveva appena spazzato. La regola del Bar tracciava il suo futuro. Era un percorso lineare, del quale conosceva già ogni dettaglio. L’umidità che si condensava sulla vetrina nei mesi più freddi. Il clima soffocante dell’estate. I Campari col bianco serviti in tarda mattinata. Le discussioni infinite sul calciomercato.
Mise in ordine gli espositori delle sigarette, poi le caramelle e le schedine. Diede un’altra pulita alla Cimbali che scintillava come una sciabola da parata. Aumentò l’intensità dei ventilatori e si appoggiò al bancone. Riprese a fissare l’ingresso e quella luce che si faceva strada attraverso la tenda. Suo padre aveva finito la Gazzetta e aveva ripreso dalla prima pagina.
Mancavano più di due mesi a settembre. I suoi amici sarebbero andati all’università, molti si erano già iscritti. Lui non ci aveva ancora pensato.
Poteva parlarne con suo padre. Sedersi al tavolino con lui, magari con una birra. Fino all’ora di pranzo non sarebbero arrivati altri clienti.
“Esco a fumarmi una sigaretta” disse.
Suo padre annuì, concentrato sul giornale. La radio trasmetteva un pezzo estivo di un paio di anni prima.
Francesco si sedette sul cordolo di cemento che il sole aveva intiepidito. Viale Lombardia mostrava il suo scheletro. Spartitraffico infestati da erbacce e guardrail ammaccati. Le corsie proseguivano all’infinito in entrambe le direzioni. Si accese una sigaretta e iniziò a sudare. Fissò la carreggiata vuota, poi le villette sull’altro lato della strada, con le imposte chiuse.
Una Polo si accostò, scesero due tizi in completo, sulla cinquantina. Non erano clienti abituali, dovevano soltanto comprare le sigarette, magari bere un caffè. Francesco li seguì nel locale. La radio parlava dell’ondata di caldo, del traffico sulle autostrade. Uno dei ventilatori si era di nuovo inceppato. I due tizi si sfilarono le giacche e diedero un’occhiata sprezzante al locale e alla canottiera di suo padre.
Sarebbe stata una lunga estate.

Miky Marrocco

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