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What’s in a name – Le scrittrici e i loro pseudonimi. George Eliot e George Sand: L’importanza di chiamarsi George

Henry James la descrive come “meravigliosamente brutta, deliziosamente orrenda”, eppure dopo il loro primo incontro si dichiara “letteralmente innamorato di questa grande saccente con la faccia da cavallo”. Il bersaglio di queste osservazioni è Mary Anne Evans, meglio nota come George Eliot.
Mary Anne decide di usare uno pseudonimo maschile fin dalla sua prima pubblicazione, una scelta dovuta al generale pregiudizio verso la “letteratura femminile”, ma soprattutto alla necessità di evitare che la sua scandalosa vita privata possa influenzare negativamente la pubblicazione e la ricezione dei romanzi. La sua convivenza con George Lewes, un uomo sposato, dura ventiquattro anni e fa scalpore quasi quanto la successiva relazione – questa volta coronata dal matrimonio – con John Walter Cross, di vent’anni più giovane. Per la Evans quindi, come per le sorelle Brontë prima di lei, tenere il personaggio di George Eliot ben distinto dalla propria persona è di fondamentale importanza, solo così le sembra possibile per una donna raggiungere l’indipendenza: “Penso sia possibile per noi [donne] ottenere molta più indipendenza di quanto si pensi, attraverso quel piccolo mucchietto di fatti che costituisce la nostra personalità” scrive all’amica Lady Lytton nel 1870.
La riservatezza della Evans è messa alla prova fin dalla pubblicazione del suo primo racconto, uscito nel 1857 sul «Blackwood’s Edinburgh Magazine». Charles Dickens è tra i primi a esprimere dei dubbi sulla paternità dell’opera, e lo fa in una lettera di apprezzamento che invia all’editore. Lo scrittore afferma di essere rimasto estremamente colpito dai racconti di Eliot, nei quali ha rinvenuto una “squisita verità e delicatezza, sia dell’umorismo sia del pathos”, è tuttavia convinto che tali complimenti vadano indirizzati a una donna: “Nel rivolgere queste poche parole di gratitudine al creatore delle tristi fortune di Mr Amos Barton e alla triste storia d’amore di Mr Gilfin, sono (o almeno presumo) costretto a usare il nome che questo eccellente scrittore ha avuto piacere di adottare. Non posso suggerirne uno migliore, ma avrei dovuto essere fortemente disposto a rivolgermi al detto scrittore come a una donna, se avessi potuto fare di testa mia”. Dickens è convinto che i racconti presentino un inconfondibile tocco femminile, e aggiunge: “Se fossero originati senza l’intervento di nessuna donna, credo che nessun uomo prima abbia avuto l’arte di farsi così simile a una donna, almeno mentalmente, da quando il mondo ha avuto inizio”.1
Le appassionate parole di Dickens gratificano enormemente la scrittrice, anche perché affrancano la sua opera da quella prosa femminile di stampo popolare che lei stessa aveva preso di mira appena due anni prima, in un saggio pubblicato anonimo dal titolo Silly novels by Lady Novelists, in cui criticava la maggior parte dei romanzi scritti da o per le donne, sottolineando la loro stupidità e scarsa verosimiglianza. Secondo la scrittrice, la questione coinvolge la stessa natura dell’educazione femminile. Le eroine della letteratura rosa sono di solito donne istruite, ma la loro cultura non fa che renderle autocompiaciute e noiose. Inoltre, le scrittrici di questi romanzetti sono evidentemente delle avide lettrici a loro volta, ma la loro cultura letteraria non ha fatto che appesantirne lo stile, finendo per fargli confondere “la vaghezza per profondità, la pomposità per eloquenza e l’affettazione per originalità”. La Eliot suggerisce quindi che chi legge queste “scrittrici sciocche” giungerà alla conclusione che le donne non riescano a trarre beneficio dall’educazione, nonostante esistano alcune brillanti eccezioni, e a tal proposito cita Harriet Martineau e Currer Bell (Charlotte Brontë).

Negli stessi anni in cui George Eliot lotta per il riconoscimento del valore autentico della scrittura femminile, un’altra George assume un posto di rilievo nel panorama letterario francese. George Sand, nata Amantine (o Amandine) Aurore Lucile Dupin, condivide molto con Mary Anne Evans oltre alla scelta del nom de plume. Anche l’intellettuale francese, considerata una delle scrittrici più prolifiche nella storia della letteratura, dà scandalo con la sua turbolenta vita privata.
Nel 1822, a diciott’anni, sposa il barone Casimir Dudevant, un bigotto proprietario terriero e, causa l’incompatibilità intellettuale, inizia a tradirlo poco dopo le nozze. Nell’isolamento della loro villa di campagna, i due coniugi conducono vite separate: Amantine legge Leibniz mentre il marito si dedica all’alcol, alla caccia e alle cameriere. A ventisette anni la Dupin lascia marito e figli per trasferirsi a Parigi, dove convive con un giovane studente, Jules Sandeau. Dalla collaborazione con quest’ultimo nascono alcuni feuilleton che la coppia pubblica su «Le Figaro», a nome J. Sand.
La relazione non dura e la Dupin si immerge nella stimolante vita intellettuale e politica parigina, entusiasmandosi per le idee socialiste. Intreccia rapporti passionali e tormentati con alcuni dei personaggi più in vista dell’epoca, Prosper Mérimée, Alfred de Musset, Fryderyk Chopin e, pare, con l’attrice Marie Dorval.
Scrive senza sosta, in poco più di due mesi porta a termine il suo primo romanzo Indiana (1832), un manifesto della sua lotta contro il matrimonio tradizionale. L’anno successivo esce Léila, la cui protagonista è una donna che si dichiara insoddisfatta dei suoi amanti; il romanzo fa scandalo e viene considerato “abominevole” dalla critica dell’epoca.
È inevitabile chiedersi perché una delle donne più anticonformiste e rivoluzionarie del suo tempo abbia sentito il bisogno di nascondere la propria identità femminile. Per George Sand la scelta di uno pseudonimo maschile è in realtà solo parte di uno stile di vita che sfida le distinzioni di genere. Trova l’abbigliamento da uomo pratico e economico, indossa pantaloni, cravatta e cappello a cilindro, si riferisce a sé al maschile e pretende che anche gli altri lo facciano. Vestita da uomo può frequentare luoghi normalmente interdetti alle donne, mostrando ancora una volta il suo rifiuto delle norme sociali e di comportamento imposte al genere femminile: “Presi subito, senza tante ricerche, il nome di George […] che cos’è un nome nel nostro mondo rivoluzionato e rivoluzionario? Un numero per coloro che non fanno niente, un’insegna o una divisa per coloro che lavorano o combattono. Io me lo sono fatto da sola, con la mia fatica” scrive nelle sue memorie.
Eppure alla sua morte, nel 1876, Flaubert scrive: “La si dovrebbe conoscere come l’ho conosciuta io, per sapere quanto ci fosse di femminile in questo grande uomo. Che tenerezza infinita si nasconde in questo genio”.

1 La bellissima lettera di ammirazione di Charles Dickens a George Eliot, sulromanzo.it, 25 novembre 2017

Sara Mellano

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