3cento

Dinamite

Ci aprivamo vie nel sottosuolo con la dinamite. Ci avevano mandato un tedesco esperto di esplosivi. Il tedesco era un ex terrorista graziato dal governo e costretto ai lavori forzati. Aveva capelli biondi e baffi neri.
Avevamo trovato una nuova vena d’argento. Lì il tedesco aveva piazzato la dinamite. Bam. L’esplosione.
A uno di noi, nascosto dietro una roccia, arrivò in testa un piede. Solo dopo sentimmo le urla.
Il siciliano non parlava mai con nessuno. Non era amico di nessuno. Era andato a pisciare dietro una galleria, senza dire niente: nessuno se ne era accorto. Pisciava a cinque metri dalla dinamite. Era saltato in aria. Ma era vivo.
Lo soccorremmo. Il resto della gamba destra era mezzo maciullato. Un negro prese un seghetto e gli tagliò la carne viva sino al ginocchio. Temeva la cancrena. Per evitare che si infettasse gli buttammo sale sulla carne. Il siciliano urlò come un dannato. Avevamo un piede e una mezza gamba.
Con l’ascensore sarebbero venuti a riprenderci solo fra tre settimane.
Continuammo a lavorare. Il siciliano no. Sempre sdraiato. Ogni tanto mettevamo del nuovo sale sulla ferita.
Tutto proseguiva normalmente. Ma dopo tre giorni il piede e la mezza gamba cominciarono a puzzare. E tanto. Uno decise allora di sotterrare il tutto. L’aria sembrò subito più respirabile.
Dopo un giorno, però, l’aria era nuovamente impregnata di odore di animale in decomposizione. Tutti si innervosirono. Passavano i giorni. Tra i minatori il clima si fece pesante.
Iniziarono a odiarsi a vicenda. Cercavano un colpevole. Incolpavano il siciliano. O il tedesco per aver piazzato la dinamite o altri. Non c’era più logica. Nessuna logica.
Un giorno il tedesco di colpo disse “Il siciliano ogni notte striscia giù dal letto, usando le braccia, mentre dormiamo, arriva al cumulo di terra, scopre il piede e la mezza gamba. E fa uscire dal sottosuolo l’aria avvelenata perché ci odia. Ci incolpa della sua menomazione! Vuole farci impazzire!”.
A queste parole uno prese un coltello e sgozzò il siciliano. Da un orecchio all’altro.
Ma così l’aria non divenne più respirabile.

Pablo Escudero Malevič

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