Tuffi liberi

Dove mi porti?

Lanciò lo zaino oltre la recinzione, si arrampicò e saltò tra le erbacce del campo su quel lato dell’edificio che ospitava il centro di accoglienza. Cominciò a camminare a passo spedito nei campi, come un animale selvatico, nella notte.
Dopo alcune ore scorse in lontananza una costruzione in assi di legno. Si fece largo tra gli sterpi e la raggiunse. Nei dintorni non c’era anima viva. Solo grilli.
Era un capanno per gli attrezzi. Pale e rastrelli, tenaglie e chiodi arrugginiti.
Rovesciò una carriola e la riempì di paglia. Aveva dormito in posti peggiori. Ci sprofondò dentro e prese dallo zaino una scatoletta di tonno. Mangiò affondando due dita nella polpa, poi gettò la scatoletta vuota in un angolo e si pulì le dita sul fianco dei pantaloni. Guardò nello zaino: tre scatolette, mezzo litro d’acqua, un tozzo di pane duro come un sasso. E un barattolo di caffè. Ciao mamma, disse, ti porto da papà. Rimise il barattolo nello zaino, lo strinse a sé e si sdraiò su un fianco.
Lo svegliò un gran trambusto. Era un uomo panciuto con un buffo cappello da pescatore.
Gesussanto! E tu chi sei? disse. Sul cappello una scritta sbiadita diceva Concimi chimici De Bono. Lui pensò che quello fosse il nome dell’uomo.
Mi chiamo Tubone, rispose lui, terrorizzato.
Non me ne frega un cazzo di come ti chiami, ragazzino. Come sei finito nel mio capanno?
Tubone non rispose.
Sei scappato dal centro di accoglienza? De Bono indicò lo zaino che Tubone stringeva. Che cosa c’è lì dentro, droga?
No.
Che cosa c’è?
Cibo.
De Bono ci infilò una mano dentro e prese il barattolo del caffè. Affondò un dito nel barattolo e si guardò il polpastrello.
È cenere.
E che diamine pensi di farci?
Portarla a mio padre. A Marsiglia.
Gesussanto, mi fate impazzire voialtri. Per quale ragione a tuo padre dovrebbe interessare della cenere?
È sua moglie.
De Bono balzò all’indietro. Checcazzo, vuoi dire che questa è tua madre?
Sì, signore.
E come è possibile che è bianca?
È cenere, signore.
De Bono chiuse il barattolo e glielo lanciò.
Raccogli le tue cose e seguimi, non puoi rimanere qui.

Sul ciglio della strada era parcheggiato un pick-up bianco con dei sacchi di juta nel cassone e delle vanghe nella rastrelliera.
Dove mi porti? chiese Tubone.
Come credi di poterci arrivare, a Marsiglia? rispose De Bono. Ti porto in città, lì ci sono treni e autobus che partono per il nord. Puoi prenderne uno. Oppure fare quello che ti pare.
Tubone si guardò intorno: campi di grano battuti dal sole fino all’orizzonte, una cornacchia in volo, un vecchio trattore. Ebbe l’impressione che la Terra fosse immensa, che non avesse una fine. E si sentì improvvisamente stanco.
Salì sul sedile del passeggero, stringendo a sé lo zaino.
La strada era dissestata. Era convinto che lo stesse riportando al centro di accoglienza. Addio Marsiglia. Addio suo padre.
Attraversarono un pioppeto. Il pick-up sobbalzava a ogni buca. In lontananza si scorgevano le pale eoliche: mulini a vento senza vento e senza mulino. Se non fosse riuscito a raggiungere suo padre, sua madre sarebbe morta per la seconda volta.
De Bono di tanto in tanto gli lanciava occhiate e scuoteva il capo. Appiccicate al cruscotto c’erano calamite di santi, di Gesù, una foto in bianco e nero con una donna grassa e un bambino coi calzoncini e i piedi nudi. La coda di qualche animale pendeva dallo specchietto retrovisore. Passarono accanto a un abitato: case grigie e basse, ferme nell’aria immobile del mattino.
Da dove vieni? gli chiese.
Dall’Africa.
Da che paese, dico.
Zimbabwe.
E dove si trova?
In Africa, signore.
Gesussanto, non ne usciamo vivi.
Non ne usciamo vivi?
Quanti anni hai?
Dodici, tredici, forse quattordici.
Come sarebbe a dire dodici tredici forse quattordici? Non sai quanti anni hai? Ce li hai i documenti?
No.
Hai idea di come arrivare da tuo padre? Marsiglia è lontana.
No, nessuna idea. Ma in qualche modo ci arrivo.
In qualche modo.
Sono arrivato fino a qui dall’Africa, in qualche modo arrivo anche a Marsiglia.
Ti mancano i tuoi genitori?
Sì.
Non hai nessun altro oltre tuo padre?
No.
Sei solo.
Ho mio padre, signore.
Se volessi fare qualcosa di buono per te dovrei riportarti al centro di accoglienza.
No, signore, ti prego.
Non riuscirai ad arrivarci da tuo padre, lo capisci? Marsiglia è in Francia.
Lo so.
C’è una frontiera da superare. Alla frontiera ci sono degli uomini. Militari. Capisci militari?
Sì.
Quei tizi a quelli come te non li fanno passare.
Gli dico che devo andare da mio padre. Loro capiscono e mi lasciano passare.
Non funziona proprio così. È più complicato, riesci a capirmi? Hai dei soldi con te?
Tubone affondò la mano nei jeans. Ne tirò fuori qualche spicciolo e una banconota da cinque euro stropicciata. Non raggiungeva i dieci euro. De Bono guardò e scosse la testa.
Sei nato sul pianeta sbagliato, ragazzino.

Dopo qualche minuto, De Bono accostò il pick-up. Siamo arrivati.
Tubone guardò al di là del parabrezza. Un prato con l’erba alta, una palazzina in costruzione poco lontano, immondizia sul ciglio della strada, tralicci della corrente elettrica arrugginiti.
In fondo a questa strada c’è la città. Qualche chilometro. rispose De Bono.
Tubone si voltò a guardarlo.
Non posso portarti in città. Sei fuggito dal centro di accoglienza, non hai documenti, giri con le ceneri di un morto. Capisci quel che voglio dire?
Tubone aprì la portiera e saltò sulla strada.
De Bono rimase a guardarlo un po’, poi diede un colpo di clacson.
Quando Tubone si voltò, De Bono gli fece cenno di ritornare indietro. Sfilò dal portafogli una banconota da cinquanta euro.
Non farci cazzate con questi, ragazzino, okay? Va’ da tuo padre.
Tubone voleva ringraziarlo, ma non gli uscì un filo di voce. Lo salutò con un timido cenno della mano.
De Bono mise in moto.
Da qui a Marsiglia con dieci euro in tasca. È mica l’Africa, questa!
Sparì in fondo alla strada, diretto verso il suo capanno e alle faccende di tutti i giorni.

Emilio Sola

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