3cento

La patente

Il testimone si avvicina al banco. Per identificarlo, come da prassi, gli chiedo un documento. Estrae una vecchia patente stropicciata, quelle di una volta, di carta telata rosa.
La srotolo e cerco di decifrare le generalità.
Il nome di battesimo è appena leggibile, il cognome forse, ma la data di nascita per nulla, tracce di inchiostro blu non riconducibili a cifre.
Il signor M. nota la mia difficoltà, quasi si scusa.
“Una volta mia moglie l’ha lavata insieme ai pantaloni. Comunque sono del ‘47, me la dia un momento.”
Prima che io possa muovere obiezioni, tira la patente verso di sé e con la penna ci scrive sopra 15.6.1947. Poi me la restituisce. Probabilmente dovrei denunciarlo per la contraffazione, ma nessuno ha visto nulla, il giudice è girato dall’altra parte. Faccio finta di niente e annoto sul verbale le sue generalità complete.
Davanti a me ho un signore quasi completamente calvo, piuttosto robusto, con le guance paffute e gli occhi immersi nelle rughe. Dalla foto in bianco e nero e detersivo, mi sorride invece un giovane di una ventina d’anni, dal volto affilato, col ciuffo ben pettinato e occhi vispi.
Mi viene in mente la patente di mio padre, presa nel ‘64, a ventun anni. Le foto di una volta, quando il fotografo ti metteva in posa, ti pettinava, sceglieva il tuo profilo migliore, uno sfondo adeguato. Perché la foto sulla patente è per sempre, e a quei tempi l’avevano capito. Allora una foto aveva un significato, rien ne va plus, gli sbagli non si correggevano. La foto di mio padre ha attraversato cinquant’anni di esibizioni di documenti.
Io presi la patente a diciott’anni. Nessuno doveva aver spiegato al fotografo cosa fosse, quanti anni ci sarebbe stata attaccata la foto e quanti viaggi avrebbe fatto, e si predispose a immortalarmi per l’eternità senza avvertirmi dei capelli spettinati, degli occhiali storti, della sciarpa che mi copriva fino al mento.
La mia gioventù è rimasta solo lì e quando ripenso ai miei vent’anni do un’occhiata alla patente.
Forse, fra qualche tempo, quando gli anni peseranno sul serio, porterò il pantalone in lavanderia dimenticando distrattamente la patente in una tasca.
Poi prenderò una penna, come il signor M., e correggerò quello che non mi piace.

Il signor M. ha finito la sua deposizione. Si riprende il documento, saluta ossequiosamente.
Non sapeva nulla della causa. Magari non era neppure lui, il signor M.

Giovanni Laurito

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