3cento

Ritratto di nonno da vivo (o della sua cantina)

La cerimonia funebre sarebbe dovuta partire dalla cantina, era quella la vera casa di nonno. Non so come facesse a reggerne l’umidità alla sua età e con le sue ossa.
Gli scaffali a sinistra erano pieni di lattine di pelati, sacchetti di legumi secchi e pacchi di pasta. Sui ripiani bassi stavano le bottiglie di vino, a destra quello buono.
I dischi erano perfettamente impilati, ordinati, spolverati. Saranno stati circa duecento, ma mi faceva ascoltare solo quello che canta con un bacio piccolissimo tu m’hai fatto innamorar, innamoraaar. Così lo baciavo sempre prima di andarmene, con un bacio piccolissimo sulla guancia. La sua pelle era vecchia e sottile, quasi trasparente.
In un angolo c’erano due o tre sacchi neri, quelli grandi dell’immondizia, pieni di vecchi vestiti non suoi. Lui li ammucchiava lì quando nonna gli diceva “ho liberato un po’ di spazio, questi li puoi portare in cantina”.
Al centro stava una grande scacchiera. Era enorme e pesante e sapeva davvero di cavalieri, di re, di regine. Nonno non la usava da molti anni, ma era orgoglioso che i suoi figli avessero imparato da lui a giocarci.
La sua collezione di abat-jour era in cantina, perché quando non ci fu più spazio nell’appartamento nonna lo convinse a trasferirla lì. Per ciascuno aveva previsto un collegamento alla corrente e quando li accendeva tutti insieme mi sembrava Natale.
Invece il grande baule di legno sulla destra, ricoperto di vecchie riviste d’arte, nessuno sapeva cosa contenesse. Scoprimmo poi che ci nascondeva le lettere d’amore di una donna che non era sua moglie.

Roberta Garavaglia

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