Tuffi liberi

Il primo tuffo

Al corso siamo tredici, fra maschi in slip e femmine col costume intero.
Il nostro istruttore è un ragazzo biondo e con i pettorali glabri e scolpiti.
“Quando sentite di andare a fondo, restate calmi e fate i movimenti che vi ho insegnato.”
Quei movimenti ce li fa ripetere in aria. Ci fa muovere le braccia a disegnare dei cerchi. Ci fa nuotare in piedi. E intanto ci cammina attorno.
“Non vorrete mica annegare proprio oggi? Cosa dovrei dire ai vostri genitori quando verranno a prendervi? Vi immaginate come ci resterebbero male?”
Muliniamo le braccia come se fossero snodate dal busto e lasciamo che la nostra fantasia sia accarezzata dalle sue parole.
Mia madre ha gli occhi gonfi di lacrime e mio padre vuole stringere il mio corpo ma viene bloccato dal cordone della polizia. Allunga le braccia in un disperato tentativo di raggiungere la portantina di metallo su cui mi hanno caricato, ma presto si rassegna, coprendosi il volto con entrambe le mani.
“Signori Tosco, a noi dispiace, ma l’istruttore aveva dato indicazioni chiare.” Il direttore della piscina, a colloquio con i miei genitori, alla presenza dell’investigatore, parla con fare pacato.
“In termini di legge,” interviene l’ufficiale “la responsabilità della morte di vostro figlio è solo sua. Mi dispiace per il vostro dolore”.
Mia madre apre la borsa e ne estrae un fazzoletto di cotone bianco. Vi si asciuga le lacrime e lo nasconde umido nel polsino della camicia.
“Ha ragione, se l’è cercata” sancisce. “Proveremo ad averne un altro, vero, Mario?”
Mio padre annuisce senza alzare gli occhi dalle piastrelle del pavimento.
Prima di congedarli, l’investigatore stringe le mani a entrambi e si raccomanda di essere forti. Il direttore allarga le braccia e li accoglie nell’apertura alare dei suoi quasi due metri di altezza.
“Grazie di tutto” gli sussurra mio padre.
“È il minimo. Spero possiate presto avere una nuova gioia.”
“Lo speriamo anche noi.”
Le parole di mio padre saranno le ultime che i miei genitori pronunceranno dentro l’impianto sportivo. Mano nella mano, usciranno dalle porte a vetri, ben attenti a fissare ognuno la punta delle proprie scarpe.

L’istruttore ci fa sbatacchiare le spalle e le gambe e i piedi e il collo e la testa.
“Siete pronti?”
Come si sa quando si è pronti? mi chiedo.
Tengo per me i miei dubbi e mi unisco al coro: “Sì”.
“Non ho sentito, siete pronti?”
“Sì!”
“Siete pronti?!”
L’eccitazione ci fa ridere e abbracciare e scambiare reciproche pacche sulle spalle. Un bambino grassottello si sfrega le mani. Due bambine si tengono strette e saltano a ritmo. Io do il cinque alto ai miei vicini di posto.
Senza bisogno di alcuna spiegazione, ci disponiamo sul lato lungo della piscina: uno accanto all’altro, con la schiena dritta e lo sguardo fiero che arriva all’orizzonte lontano della corsia otto.
Sul pavimento ruvido del bordo vasca, le dita dei piedi si rattrapiscono, come ad avvinghiarsi al terreno.
L’istruttore ci cammina alle spalle e sistema le posture di ognuno.
“Bene” dice prima di salire sul trampolino e tuffarsi, come un pesce volante. Noi restiamo ipnotizzati dalla parabola del suo corpo: i nostri stessi occhi si immergono con lui, trattenendo il respiro, riemergendo con naturalezza.
Il suo corpo galleggia come se non avesse peso. Le sue gambe producono mulinelli ascensionali.
“Chi si butta per primo?”
Flebili risate spaventate si sollevano dalle postazioni delle bambine in fondo alla fila.
“Veronica, glielo fai vedere tu a questi pappamolle che le femmine sono più coraggiose?”
Tutti ci voltiamo verso di lei, che arrossisce in una vampata. Sorride e scuote la testa. Stringe le braccia attorno al proprio corpo.
“No, per favore” sussurra.
Dopo Veronica, si rifiutano anche Antonio, Lorenza e Luca.
“Adesso mi sono stufato: se il prossimo che chiamo non si tuffa, lo tiro in acqua io.”
L’istruttore ha le narici dilatate e il mento a pelo dell’acqua, come i coccodrilli. Si muove in modo lento e minaccioso. Scruta i nostri sguardi, i nostri tremori ed è in quel preciso istante che capisco che il mio destino è già scritto.
Quando pronuncia il mio nome, l’ha già pronunciato.
Quando incrocia il mio sguardo, l’ha già incrociato.
Quando dice che No non è una risposta, me la sono già masticata, ingoiata e digerita.
“Tranquillo” dice “Fai un bel respiro e poi via”.
Ogni frazione di secondo che lascio passare le mie gambe si tramutano in tronchi radicati nel piastrellato e le braccia in rami rassegnati lungo i fianchi. Il profumo di cloro mi inonda le narici.
“Marco, guardami.”
Alzo gli occhi verso i suoi capelli bagnati.
“Salta al mio tre.”
Deglutisco e annuisco.
“Uno. Due. Tre!”
Il grido rimbomba in tutta la piscina e mi fa vibrare le costole.
Mia madre ancora piange la mia morte e le mie braccia sott’acqua si muovono disordinate. E più si muovono, più mi tirano a fondo. Più mi tirano a fondo, più si muovono.
Inspiro e chiudo gli occhi.
Mio padre si lascia stringere le spalle dal medico e sorride davanti al fratello che non conoscerò mai.
Le ginocchia si piegano e, nel fremito dei polpacci che rimbalza lungo le cosce, il pavimento si allontana dalle piante dei piedi, il corpo si libra in aria.
Affondo in piedi. Con la mano destra mi tappo il naso. Ogni rumore scompare e tutto attorno è una nuvola di piccole e grandi bolle, una scia bianca che mi porta verso il basso.
Quindi è questo che si vede quando si muore penso, mentre mia madre e mio padre portano a casa dall’ospedale il nuovo figlio, mentre l’ispettore archivia il mio caso, mentre il direttore della piscina tranquillizza l’istruttore, mentre le mani dell’istruttore mi stringono il bicipite destro e il suo volto paonazzo mi si para davanti.
Appena sbuchiamo dall’acqua i miei polmoni ricominciano a respirare. L’istruttore mi trascina fino al bordo della piscina. Sento il suo cuore che batte a tamburo e mi aggrappo al suo avambraccio. Gli occhi mi bruciano di cloro e, prima di arrivare alla scaletta metallica, lascio che liberino un paio di lacrime, che sanciscono la fine del mio primo tuffo.

Alessandro Busi

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