Tuffi liberi

Una favola che mi ha raccontato mia cugina di tre anni

“Massi. Massi…”
La voce di mia madre, per quanto melodica, somiglia al ragliare del peggior ciuco scaricatore di porto oristanese, quando la sento pronunciare il mio nome alle undici di mattina d’un mercoledì post-sbronza.
“Che c’è?”
“È arrivata Allegra, dice che vuole giocare.”
“Ora?”
“Mammo!” grida mia cugina Allegra, senza mostrare il minimo rispetto per le turbe alcoliche del cugino.
Mi alzo, bestemmiando.
“Non bestemmiare davanti alla figlia” m’ammonisce mia nonna.
“Tanto è piccola, non capisce” dico.
Allegra ripete la bestemmia e mia nonna mi schiaffeggia sulla nuca.
Se fosse chiunque altro l’avrei già presa a calci in culo ma, insomma, che merda di uomo sarei se prendessi a calci in culo mia nonna?
Vado in bagno. Doccia. Denti. Infradito. Pantaloncini. Maglietta.
Arranco fino in sala e mi siedo sul divano. Accendo la Tv. “Gol deejay oggi per voi con le migliori realizzazioni dei più grandi campionati europei. Al numero trentasette…” a dire il vero dei gol me ne frega poco che niente e l’unica realizzazione sulla quale riesco a concentrarmi sono le tette di quella sporca della Leotta che m’ondeggiano davanti al…
“Mammo!”
Sospiro.
“Dimmi, Allegra.”
“La vuoi sentire una favola?”
“Una favola?”
“Una favola bella.”
“Allegra, cappuccetto rosso…”
“Ma no, Mammo! Questa non è cappuccetto rosso, è una favola che ho scritto io.”
“Tu non sai scrivere.”
“E falla contenta” ringhia mia nonna, allungandomi una tazzina di caffè.
“Allegra, vuoi che ti faccia contenta?”
Rimedio un altro scappellotto. Se non fossi mia nonna, penso. Se non fossi mia nonna…
“Oggi ho fatto la cacca nel bagno dei grandi” dice Allegra.
“Bene! È questa la storia?”
Ride. Zampetta via e torna con un foglio in mano. “Ecco la storia,” fa, porgendomelo.
Lo osservo. Scarabocchi. “Questa non è una storia, Allegra.” Sorseggio il caffè. “Non sono nemmeno parole.”
“No, Mammo!” cinguetta, strappandomi il foglio di mano. Odio quando mi strappano le cose di mano. Vorrei tanto colpirla con un nocchino sull’orecchio. Un bel nocchino, dritto sulla punta dell’orecchiuzzo roseo. La minaccia d’un nuovo scappellotto mi trattiene.
“Tu non la sai leggere,” dice. “Te lo leggo io, ok?”
“Allegra, non lo vedi che sto…”
Eccolo che arriva, lo scappellotto. Lo sguardo di mia nonna dice tutto: questa storiella mi tocca sorbirmela. Una, due, tre, dieci, trenta volte se, necessario. Non importa quanto sia idiota, sconnessa o irritante. Mi tocca sorbirmela. Quella, o l’ennesimo scappellotto.
“Dai” faccio, stiracchiandomi “spara”.
La bambinetta mi si para di fronte, foglio scarabocchiato alla mano, prende una grossa boccata d’aria e comincia.
“C’era una volta un bambino di tutti i colori.
La mattina si svegliava e diceva: “Mamma! Mamma, oggi mi sento tutto rosso”.
La mamma lo stringeva forte e, pian pianino, il colore s’attenuava.
Un’altra mattina diceva: “Mamma, oggi mi sento tutto verde”.
La mamma gli preparava una bella colazione di quelle belle e buone e, pian pianino, il colore s’attenuava.
Poi il bambino andava a scuola e diceva alla maestra: “Maestra, oggi mi sento tutto grigio.”
La maestra allora diceva ai compagni: “Questo bambino si sente tutto grigio, qualcuno sa cosa fare?”
I compagni lo prendevano in giro: “Il bimbo grigio,” dicevano. “Il bimbo di pietra!”
Allora la maestra chiamava la mamma che arrivava a scuola e gli faceva le carezze sulla guancia e, pian pianino, il colore s’attenuava.
Poi c’era una mattina che il bambino si sentiva così grigio, così grigio, di un grigio così scuro da sembrare nero.
La maestra allora diceva: “Chiamate la mamma di questo bambino, per piacere.”
Ma quella mattina la mamma non c’era, perché aveva molto lavoro da fare.
Il bambino allora piangeva e piangeva e diventava sempre più grigio e più grigio.
E allora i compagni lo aiutavano. Facendo delle smorfie buffe, raccontando barzellette e improvvisando dei giochi di prestigio, riuscivano a farlo ridere a crepapelle, che di crepapelle in quel modo non aveva riso mai. E, pian pianino, il colore s’attenuava.
E da quel giorno nessuno ha preso più in giro il bambino di tutti i colori e tutti vissero felici e contenti.
Fine!
Ti è piaciuta, Mammo?”
Guardo mia nonna. Che belli sono, gli occhi della nonna. In un istante mi dimentico di tutti gli scappellotti, dell’aspirapolvere alle tre di pomeriggio e di tutte le volte che mi ha fatto incazzare, per una stronzata o per l’altra. Sono felice che sia lì, insieme alla mamma, al babbo e alla mia cuginetta. Sono felice d’essermi alzato, d’aver bestemmiato, d’avere strozzato il caffè e, per una volta, d’aver spostato l’attenzione dalle tette della Leotta. Guardo i cani che scodinzolano. Il più vecchio una volta m’ha morso sul mento. Sfiorando la cicatrice, son felice pure di quella.
“Certo che mi è piaciuta, Allegra. Ma ti posso fare una domanda?”
Ridacchia. “Va bene, Mammo.”
“Come fa poi, il bambino di tutti i colori, quando cresce? I compagni smettono davvero di prenderlo in giro?”
Piroettando mi si getta fra le braccia. “Mammo! Ma sei proprio matto nella testa tu.”
Ci rifletto un paio di secondi. “Perché?”
“Ma se ti ho detto appena che poi vivono tutti felici e contenti! Che non mi stavi a sentire?”

                                                                                                                           Massimiliano Maggi

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