dal trampolino

L’editoria e l’editore di oggi: intervista a Andrea Gentile

Andrea Gentile è il giovanissimo direttore editoriale del Saggiatore dove, dal 2014, lavora con intuito e talento, cercando di restituire un’aura unica e riconoscibile alla casa editrice, attraverso una grafica distintiva e con progetti attenti alla contemporaneità che durino nel tempo.
Gentile è anche uno scrittore. Tra i suoi libri ricordiamo L’impero familiare delle tenebre future (il Saggiatore) e Volevo tutto: la Vita nuova (Rizzoli).

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Quali sono le caratteristiche essenziali all’interno di una casa editrice? Utopisticamente si pensa sempre a una macchina che funziona quando tutte le parti lavorano insieme. Ma è davvero così?

Per rispondere molto brevemente e semplificare, il lavoro – e non solo quello editoriale, ma qualsiasi lavoro – è il cortocircuito tra creatività e organicità. Bisogna essere pronti a sorprendere sé stessi e bisogna essere pronti allo shock dell’ignoto. Al tempo stesso bisogna essere disposti ad affrontare la noia, la quotidianità. Come? Trovando il nuovo in qualcosa che ci è familiare. Il più possibile.

Una domanda classica: com’è cambiato il mondo dell’editoria negli ultimi anni?

Difficile rispondere in poche righe, avremmo bisogno di un lungo saggio. Proverò a cavarmela rispondendo così: la sbornia è finita ed è un peccato. La sbornia è finita: finalmente.

La percentuale di lettori in Italia si è ridotta drasticamente. Qual è la risposta dell’editoria a questi dati?

Alcuni editori hanno cercato di invadere nuovi spazi, trovare nuovi lettori attraverso nuovi fenomeni. Altri hanno coltivato una modalità più antica: lavorare sulla profondità.

Come si fa a mantenere l’identità di una casa editrice, soprattutto quando si tratta di una casa editrice storica? Come si fa a far coesistere l’anima antica della casa con l’anima nuova che deve captare i cambiamenti nel mondo e costruirci sopra dei progetti?

Un buon modo per mantenere un’identità è cambiarla: che non vuol dire rivoluzionarla drasticamente, ma generare un’aura che, in vario modo, deve ambire a essere una sostanza nuova. Se il passato ci dona un passato, anche noi, che siamo a un passo dal diventare passato, dobbiamo ambire a fare lo stesso: e questo è possibile solo con l’innovazione. Non si può che considerare una tappa dell’innovazione proprio la tradizione: intesa come salvaguardia del fuoco e non come adorazione delle ceneri.

Qual è stato il tuo percorso fino ad arrivare al Saggiatore?

Per quanto riguarda il lavoro in senso classico, con uno stipendio mensile, non ho fatto altro che lavorare al Saggiatore, cambiando vari ruoli all’interno della casa editrice. Ma sulla pelle la sensazione è di aver fatto decine di lavori in decine di aziende diverse. Provo ad affrontare il lavoro come uno strumento per la meraviglia. Per questo la sensazione è di aver fatto anche il carpentiere, il manager di un’azienda agricola, il contabile, il pubblicitario e tanto altro.

Tu sei anche uno scrittore. Come dialogano questi due mondi dentro di te? Quanto tempo riesci a dedicare alla scrittura? E questi due aspetti si completano, nel senso che ognuno permette all’altro di migliorarsi, oppure devi mettere da parte l’uno quando ti occupi dell’altro?

Da editore utilizzo molto lo sguardo da scrittore: si tratta cioè di lavorare, al catalogo e ai singoli progetti, costituendo una poetica. Da scrittore dimentico completamente il lavoro dell’editore. Cerco territori ignoti da attraversare: è un gesto di abbandono: stare in una landa desolata e vedere che cosa succede: dimenticarsi di cosa succede: lasciarsi andare.

                                                                                                                                          La redazione

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