Tuffi liberi

Un altro sapore

Affannato, fissava il cancello della villa. Stringeva il retino con una mano e nell’altra la canna dalla punta riccia di polpo. Un’aggiustata alla maschera stretta in faccia, e abbassò gli occhi sulla tana, una fessa di roccia che appariva, sull’acqua chiara, scura e increspata dal venticello. Dentro c’era la pelosa, il grosso granchio fellone che gli era sfuggito di nuovo: le chele non avevano nemmeno sfiorato il cirro, e lui l’aveva tirato di scatto nel retino e questa volta, scomparsa la pelosa, s’era limitato a dare un lungo sbuffo.
Morse il boccaglio, si piegò in avanti e sentì la freddezza e il silenzio dell’acqua e il forte respiro nel tubo. Con un tremore del polso prese ad agitare la canna col cirro davanti alla tana e un po’ più indietro, fra le alghe fluttuanti, poggiò il retino.
“Pa’, è grossa!” aveva detto al padre, quella mattina.
“Vuoi che la prendiamo insieme?”
“None…la voglio prendere io, questa!” E un po’ prima di arrivare al mare: “Pa’, ma perché poi non vieni a casa?”
Da più di un anno, dopo l’ultimo litigio, il padre ci aveva messo piede sì e no un paio di volte.
“Non ci viene più, l’amico di mamma.”
Il padre fissò il figlio.
“Attento a metterci la mano, nella tana, ché può spezzartela.”
E la spezzasse, pensava il ragazzino: la sorpresa a lei l’avrebbe fatta comunque.

Qualche giorno prima, lei se ne stava seduta davanti al cancello della villa. Aveva le gambe raccolte e una veste a fiorellini. Poi gli si avvicinò: “Che stai facendo?”
Parlarono. Lui le fissava gli occhi, il sorriso, e il giorno dopo lei non c’era, e lui si avvicinò al cancello e subito si allontanò e non smise di guardarsi attorno né, la notte, di rivoltarsi sul letto e poi si accorse che il buio era diventato azzurro e telefonò al padre. “Si può pescare lo stesso” gridò, e il padre disse, ancora, che c’era il maestrale e non era possibile, e lui: “E vediamo!”
Andarono al mare, e lei c’era, con la sua veste a fiorellini, e lui le fece vedere come si prendevano i granchi a mani nude, sotto le rocce lungo la riva, perché con quelle onde non c’era verso di andare più in là. E il mattino dopo, prima che lei uscisse dal cancello, la pelosa gli sfuggì per una spinta d’onda, e lui mandò a vaffanculo il cielo e gettò la canna col cirro e poi la fece tenere a lei, vicino alla riva.
Lei rideva, e lui indicò la tana della pelosa grossa grossa che da un po’ gli sfuggiva, là, in mezzo al mare, e lei: “Ma è alta, lì, l’acqua…”
Lui pensò che gli arrivava al petto, se era agitata.
“Sì” disse, serio. E insultò un cetriolo di mare, che gli galleggiava tra i piedi, e risero, e lei gli raccontò dei suoi genitori, che il mattino lavoravano, e l’altra villa, gli amici, le feste e gli disse che aveva quattordici anni.
“E tu?”
Tredici, disse lui, che ne aveva undici.
“Però voglio vederla, la pelosa” disse lei e, prima di andarsene, gli diede un bacio sulla guancia.

E lui vide la pelosa zampettare nel retino e con una stratta l’alzò al cielo. La pelosa stava con le zampe impigliate nella rete e le chele tese in su, aperte, e gli sembrava la metà, un’altra. Lui la fissava, la fronte raggrottata. Come ci era finita, nel retino? Se ne tornò sulla riva a passi lunghi, e lenti, e scalpicciò sopra le rocce e s’era già convinto che l’aveva catturata, la pelosa, con un colpo non di fortuna, ma da maestro, quando si fermò davanti al cancello socchiuso della villa.
Ne fissò il muretto di recinzione con la ringhiera coperta di edere e ci scrutò, camminando piano, e vide quello che non furono le parole, a spiegarglielo, né i ricordi né altro che non fosse un linguaggio remoto: l’occhio fermo, perso, le labbra schiuse, nel petto uno scalpitio d’antilope, di leonessa che la caccia. E sentì la moscia erezione che gli tirava le mutande e tornò indietro a passi svelti, saltò sulle rocce, ci corse, c’inciampò e strinse i denti e scagliò due pugni per terra e morse un grido.

Sentendosi un cetriolo di mare, tornò a casa con il muso lungo lungo, gli occhi rossi di pianto, la stecca al mignolo e il padre, che lo accompagnò.
La madre gli diede un bacio e gli sfiorò la stecca. “Ma come hai fatto?”
“S’è scaricato il cellulare” disse l’uomo. “Ti stavo a dire…dice che ha messo la mano nella tana, dice…”
“È stata la pelosa?” disse la donna al figlio, e lui: “Mh.” E si chiuse in bagno.
“Come ha fatto?” disse la donna all’uomo.
Si fissavano.
“Stavo in acqua…dice la pelosa, ha messo dentro la ma…
“Va bene.”
Si fissavano.
“Hai da fare?” disse lei.
Poi il ragazzino si mise seduto in cucina. Guardava il padre e la madre, che preparavano il pranzo. Aveva il muso un po’ meno lungo. S’alzò di scatto: “La voglio mettere io.”
“Ancora ti bruci, aspe’, pia…
Lui tolse la pelosa dalla mano del padre e la lasciò cadere nell’acqua che bolliva. E anche il sale, gli spaghetti, il sugo li mise lui e condì e servì in tavola.
“Che buono…” disse la madre al figlio. “Ha un altro sapore, rispetto a quello che faccio io. È vero?”
“Mh, me lo ricordo” disse il padre. “Ha tutto un altro sapore.”
Con gli occhi fissi sul piatto, il ragazzino morse un’altra forchettata, sentendoli, vicino alla piscina, lei, la veste a fiorellini tirata sulla pancia, il tizio con la barbetta, la gamba pelosa che strusciava fra le cosce, la mano che le stringeva il fianco, e l’unghiata carezzevole sulla nuca di lui. Sentiva nell’intimo il gemere raro, breve, fra il lungo affannarsi.
Sì, tutto aveva un altro sapore.

                                                                                                                                  Nicola Esposito

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