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Compiere novantasette anni può essere considerato di per sé un risultato. Anzi, per alcuni è un buon traguardo, quasi contasse solo la quantità di tempo che si è accumulata. È innegabile che, andando ad una mostra fotografica sugli anni cinquanta, riconoscersi tra la folla che si sa ormai essere morta, dia un senso di momentanea soddisfazione. Ma il pensiero seguente andrà al fatto che presto non si riuscirà più a compiere un atto così semplice come il guardare. O almeno, è quello che ha pensato il signor Umberto, trovandosi sulla soglia dei cent’anni e vedendosi così giovane circondato da ormai-morti. L’unico vero traguardo della sua vita era essere sopravvissuto abbastanza, fino a rimanere l’unico uomo nato nell’anno venti del millenovecento. Ovviamente, come tutti gli anziani, la sua visione è circoscritta all’ambiente in cui vive: non esistono dati certi che affermino che al mondo non possa esistere una persona della sua stessa età, ma nemmeno è certo che nella sua stessa città non vivano persone nate in quell’anno. Ma facendo uno zoom e rimanendo nella sua visuale, nel suo quartiere è l’unica persona nata nell’anno millenovecentoventi, il giorno ventiquattro agosto.
Almeno cinquant’anni del tempo accumulato li ha passati a tenere la contabilità di un albergo di periferia, e dopo il pensionamento lavorando a piccole riparazioni presso l’officina di un suo più giovane amico, che dista soli due numeri civici dal suo palazzo. Quando anche quest’attività cessò, non rinunciò a recarsi davanti al garage chiuso ogni mattina per almeno un paio d’anni, quando ne aveva già quasi ottanta, sperando di ritrovarla aperta. Poi rassegnatosi, passò le giornate a circumnavigare il quartiere, consumando il suolo con le sue due gambe e il bastone, sputando per terra ad ogni angolo, e spingendosi solo la domenica in quello vicino, per assistere alla messa di un prete di cui si fidava di più poiché era quasi anziano quanto lui.
Da quando aveva compiuto ottantasette anni aveva smesso di guardare di buon occhio le persone che non arrivavano ai quaranta e anche le persone nate prima di lui. Dai novantatré, almeno per quanto riguarda chi lo superava in età, non aveva più avuto di che preoccuparsi. Ma nel momento in cui aveva guardato quella foto, aveva realizzato una cosa: che come lui stava guardando e gioendo del suo poter ancora guardare, presto ad altre persone sarebbero caduti gli occhi su una foto di ormai-morti e si sarebbero sentiti sollevati del loro poter ancora respirare. E questo non gli sembrava giusto.
Aveva coltivato la sua esistenza così a lungo, senza nessun altro scopo se non quello di invecchiare e potersi dichiarare l’unica persona nata nel millenovecentoventi, il giorno ventiquattro agosto, che pensare che a un certo punto non avrebbe più potuto farlo, mentre altre persone avrebbero potuto essere le uniche persone nate nel millenovecentocinquantasei, o addirittura duemiladue, gli dava un gran senso di rabbia. Trovava ingiusto che altri, a loro volta, potessero coltivare la propria età in modo analogo al suo. E questo solo per non pensare a quelli che, non volendo neppure diventare le uniche persone nate in un determinato anno, e vivendo la vita inseguendo passioni frivole e cambiandole man mano che sentivano svanire il sentimento d’avventura e l’entusiasmo iniziale, potessero giungere allo stesso traguardo che lui aveva pazientemente inseguito sin dalla pubertà. Durante la guerra, nel terrore dato dalla morte diffusa ad ogni fascia di età, il suo unico sogno era quello di continuare a vivere, di superare quel conflitto e quelli successivi, se fosse stato necessario. E per cercare di conservare quella vita a cui era tanto attaccato, rinunciò a tutte le cose dannose per la propria salute, tra cui il fumo, l’alcool, le donne, gli sport, la bicicletta, la macchina. Si muoveva solo a piedi, prestando attenzione ad ogni suo passo. Gli occorrevano due ore per recarsi al lavoro e due ore e mezza per tornare, dovendo portare anche il peso del turno di lavoro con sé. Ma in questo modo era sicuro di non essere coinvolto in incidenti.
Quello che per tutti poteva essere un’eventualità, ovvero l’arrivare a potersi considerare vecchi, per lui doveva essere una certezza, non importa quanti sacrifici dovesse fare.
La sua vita sociale era inesistente, poiché il tempo lo passava a camminare, lavorare e dormire. Per circa cinquant’anni non ebbe nemmeno il tempo di leggere un articolo di giornale o, nel momento in cui arrivò la televisione, di acquistarne una e godersela per qualche minuto, la sera.
Dopo cena crollava nel letto. Il fine settimana era dedicato al fare la spesa, che muovendosi a piedi gli portava via almeno un pomeriggio. La domenica, dopo la Messa, andava a pranzo da sua madre, ritirandosi subito dopo in modo da essere abbastanza riposato per iniziare la settimana lavorativa. Quando sua madre morì, cominciò a recarsi nell’osteria di quartiere. Qui mangiava da solo, poiché la sua totale estraneità dal quotidiano lo portava a non potersi relazionare con le altre persone.
Ma quel giorno, guardando quelle fotografie, si rese conto che il suo risultato non sarebbe stato sufficiente se non fosse riuscito ad impedire a tutti gli altri di raggiungere la stessa sua meta.
Tornò a casa in fretta, pur tenendo una velocità tale da non alzare troppo il battito del suo cuore e rischiare un infarto – un infarto, a soli novantasette anni, non l’avrebbe proprio accettato – e frugò in un cassetto. Trovò una vecchia pistola, che aveva raccolto durante la grande guerra, insieme a dei proiettili.
Si mise alla finestra e sparò alla gente che passava.

                                                                                                                                 Enrico Bormida

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