Tuffi liberi

Spugna

Avevano trovato un monolocale all’ultimo piano di un vecchio edificio. Era piccolo,
stretto, ma luminoso. E a loro era sembrato grande a sufficienza.
Dopo aver firmato il contratto e pagato il primo acconto si erano trasferiti, un giovedì particolarmente soleggiato. Dalle finestre il sole illuminava il parquet di legno chiaro e le pareti senza mobili. Avevano una lampada da terra, e nient’altro. Si buttarono sul pavimento caldo e fecero l’amore.
La prima cosa che comprarono fu una radiolina. La tenevano in bagno. Quando lui si svegliava per andare al lavoro la accendeva e la sintonizzava sulla stazione preferita della ragazza. Musica country, folk. E Woody Guthrie inondava la casa e arrivava fino al letto dove la ragazza ancora dormiva e allora lei, con i piedi, si lanciava via le lenzuola da dosso. Con calma si alzava e raggiungeva il ragazzo sotto la doccia. E non importa quanto lui fosse in ritardo, c’era sempre tempo.
Poi comprarono delle piante. Erano piante grasse con dei fiori rosa e rossi che si aprivano quando il sole era alto e riscaldava gli steli, giù fino alle radici. Le misero sulla finestra più grande e più luminosa, così che i fiori fossero aperti tutto il giorno.
Facevano colazione con le fragole fresche, perché non avevano ancora comprato le tazze e le posate. E nel frattempo Johnny Cash nel bagno suonava per loro.
Un giorno lui tornò con un divano azzurro che aveva portato da solo per tutte le scale. Era sudato ed esausto e lo aveva lasciato davanti all’ingresso. Si sdraiò per riprendere fiato, ma subito lei gli si lanciò addosso scoppiando a ridere e lui smise di sentirsi stanco.
Avevano sistemato il divano vicino alla lampada da terra e la sera, stesi piedi contro piedi, se ne stavano sdraiati a leggere fino a quando tutte le luci dei palazzi vicini non si spegnevano, una per una, e rimaneva soltanto la loro. E allora si abbracciavano e andavano a letto, e anche mentre dormivano si tenevano abbracciati.
Poi venne il turno delle pentole, delle padelle, dei bicchieri.
Lei cucinava per lui e lui lavava i piatti. Comprarono una piccola spugna rosa e bianca. Lui, un metro e ottanta, che lavava con una spugnetta minuscola color confetto. L’avevano presa perché li faceva ridere, e volevano ridere ogni volta che l’avrebbero usata.
Trovarono in offerta una vecchia televisione e la misero su uno sgabello, di fronte al divano. Le casse non funzionavano bene e il volume era talmente basso che la sera, quando guardavano un film, dovevano chiudere le finestre e avvicinare lo sgabello al divano. E stringersi per sentire meglio. Poi, uno dei due diceva qualcosa e da lì in avanti non riuscivano più a capire niente e si mettevano a ridere e a parlare.
Una domenica mattina all’Ikea acquistarono dei nuovi cuscini in tinta con il copridivano. Li aveva scelti lei, e anche se a lui non piacevano non aveva detto nulla. Un venerdì, invece, lui portò a casa una nuova televisione. Più costosa, più grande. Le casse erano perfette, ad alta risoluzione. Stava a stento sullo sgabello. Quando la ragazza tornò, si fermò di fronte alla televisione e rimase a guardarla, senza dire niente.
Un’altra domenica comprarono un tavolino da caffè. Camminare nel minuscolo soggiorno senza sbattere contro qualche mobile era diventato difficile. Ogni volta che il ragazzo doveva passare, finiva per urtare i piedi del divano o il tavolino, spostandolo leggermente. Allora la ragazza lo guardava male, sbuffava, e andava a risistemare il tavolo, o a riordinare le pieghe che si erano fatte sul copridivano, mentre il ragazzo se ne stava fermo in un angolo.
Un giorno sembrò che non ci fosse più niente da comprare. La casa era diventata ancora più stretta. Dalla finestra la luce, appena entrava, rimbalzava subito su qualche mobile. E anche quando trovava un passaggio, una strada tra gli oggetti, arrivava debole, fioca.
Quella sera la ragazza e il ragazzo se ne stavano seduti ai due capi opposti del divano. La televisione trasmetteva un film e la ragazza lo guardava concentrata, mentre lui faceva altro. Il ragazzo provò a dire qualcosa, ma lei con la mano gli fece segno di aspettare e continuò a fissare lo schermo. Dopo un po’, lui andò a dormire.
La mattina dopo si svegliò prima del solito. Accese la radio e scelse una stazione a caso, tenendo basso il volume e chiudendo la porta del bagno. La cabina della doccia era minuscola ma gli sembrò grande e ariosa. Il getto di acqua calda era solo per lui.
Si vestì in soggiorno, per non svegliare la ragazza. Mentre si infilava i pantaloni, vide un vaso di ceramica per terra, vicino alla porta. Non ricordò di averlo comprato. Poi, all’ultimo bottone della camicia, notò due portafotografie di legno su di una mensola. In una delle due foto c’era lui da piccolo sulla spiaggia, mentre costruiva un castello di sabbia, insieme ai suoi genitori. L’altra era la foto di una bambina davanti all’ingresso di una scuola. Sorrideva e stringeva le mani sulle spalline dello zaino. Finì di vestirsi e uscì di casa molto prima del solito.

Quando la ragazza si svegliò, il sole era coperto da grandi nuvole grigie e i fiori sul davanzale erano chiusi. La radio era ancora accesa nel bagno. La ragazza si alzò e andò in cucina. Nel lavandino galleggiavano i piatti sporchi della sera prima, lei si arrotolò fino al gomito le maniche del pigiama e prese la spugna bianca e rosa per pulirli. I residui di cibo non si scrostavano dalla superficie dei piatti. Guardò la spugna. Vide che era consumata e vecchia e non tratteneva più l’acqua. Allora aprì il mobile sotto il lavandino e la gettò nel secchio della spazzatura. Poi ne prese un’altra e continuò a lavare, mentre dal bagno la radio parlava di un ingorgo sulla strada principale.

                                                                                                                                Federica Sabelli

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